Salvatore
Armando Santoro 1-2
Note biografiche - Recensioni - Le sue poesie
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Dopo
tanti anni ch'ero andato via, conservando vaghi ricordi di
Polistena, un grosso centro della Provincia di Reggio Calabria
situato nella Piana della Corona, così ancora oggi chiamata in quanto
appartenne per diversi secoli prima della spedizione dei Mille al Regno
di Napoli, vi ritornai un giorno per i miei impegni nel sindacato. A
Polistena avevo vissuto, circa sette o otto anni da bambino, nel periodo
dell'ultima guerra; poi, la mia famiglia si era di nuovo trasferita nel
Capoluogo, mia città natale. A
Gioia Tauro fui costretto a cambiare treno in quanto la tratta era
servita da una società
privata, la Calabro-Lucana, che da data immemorabile gestiva il servizio
e, penso, lo gestisca ancor oggi. Poche cose erano cambiate da quando
ero bambino se non quelle vetture sempre più logore e sempre più
consunte, e lo sferragliare della littorina, che lenta ansava lungo il
costone che da Gioia Tauro sale fino a San Giorgio Morgeto per
proseguire per Polistena e finire, poi, a Cinquefrondi. Quello
sferragliare mi riportava alla memoria i ricordi dei guerrieri
medioevali dei vecchi films in bianco e nero, che rivedevo più volte da
bambino, con le loto corazze ormai logore e arrugginite. A
Cinquefrondi la Calabro-Lucana arrivava al capolinea, ma io non ricordo
di esserci mai arrivato, in quanto ci si fermava sempre alla stazione
precedente, quella di Polistena, patria di artisti anche famosi, dove la
mia famiglia risiedette per quasi un decennio per motivi di lavoro. In
questo centro frequentai le scuole elementari fino alla terza, che non
potrei concludere perché in quel periodo i tedeschi in ritirata, prima,
e gli alleati in arrivo, dopo, avevano occupato la scuola trasformandola
in ricovero per le truppe e per gli ufficiali. Quel
nome di Calabro-Lucana, sentito ripetere tante volte da mia madre,
rievocava nei miei pensieri reconditi immagini di viaggi sempre
desiderati e mai potuti fare. Spesso mi fermavo incantato, da bambino, a
veder passare quelle vetture, allora trainate da una vaporiera, presso
un passaggio a livello appena fuori dell'abitato di Polistena. Ricordo
sempre quello strano cartello piazzato in prossimità di un passaggio a
livello incustodito con la scritta "Aktung" che non sapevo
cosa volesse significare e cosa ci stesse a fare in quel posto. Per me
quel cartello, con un teschio di morte vicino, richiamava antiche
leggende e lugubri storie della mia infanzia che mia madre spesso ci
raccontava, seduti attorno ad un braciere, nelle lunghe notti d'inverno,
in quelle bigie stanze del Vico Trieste di Polistena, illuminate da una
lampada ad olio scoppiettante o da un lume a petrolio. E
quanti sogni avevo legato a quel treno, quanti fantastici viaggi avevo
immaginato seduto immobile con altri compagni di giochi lungo la
scarpata di quella ferrovia nelle interminabili giornate estive del sud.
Quei volti, oggi assenti ed indecifrabili, mi si sono affacciati per
anni nella memoria ed ho sempre cercato di ricostruirli scrutando
qualche rara e vecchia fotografia di classe di quel tempo. Ma l’unico
ricordo che vive dentro di me è legato alla gioia che si provava a far
girare all'infinito la transenna rotativa collocata a fianco del
passaggio a livello che permetteva il passaggio dei pedoni oltre la
massicciata della ferrovia. Quante
volte mi illudevo di andare lontano, di attraversare fiumi e mari e
poter vedere posti
fantastici, forse dando corpo alle favole materne, e ritornare un
giorno, dopo aver fatto fortuna, indossando vestiti lussuosi e poter
comprare una casa con tutte le comodità e con l'acqua in casa e
permettere a mia madre di non patire più la fame e il freddo che la
guerra ci aveva regalato a piene mani. Seduto
su quei vecchi sedili di legno, colorati dalle scritte piccanti degli
studenti, ogni tanto venivo sbatacchiato da uno scomposto scotimento
della vecchia vettura e lo stridio delle ruote d'acciaio che scorrevano
sopra le logore rotaie, lanciavano intorno nugoli di scintille
incandescenti che mi scuotevano dai miei pensieri riportandomi alla
visione degli ulivi, che fuggivano come giganti immensi per la campagna,
mentre le pecore al pascolo lungo la massicciata, ormai invasa dai rovi,
si sbandavano spaventate. Attraversava
la littorina i vecchi ponti tesi sui burroni e la scarna acqua che
scorreva in fondo alla scoscesa riva mi faceva rivivere gli instanti di
paura che da bambino provavo le poche volte che
con mia madre si intraprendeva qualche raro viaggio per recarci a
Reggio in visita ai parenti, negli anni in cui mio padre era richiamato
da militare nelle campagne di Africa Orientale o di Grecia. Mi
ricordo ancora che non avevo il coraggio di guardar fuori dai finestrini
in quei tratti così scoscesi, e ad ogni scuotimento della vettura,
dicevo qualche orazione quasi a scongiurare la possibilità che il treno
precipitasse in fondo al burrone. Quella
paura riaffiora inconsapevolmente tuttora rimossa dall’inconscio in
cui giace. Ed ogni tanto osservo con una malcelata apprensione la
littorina attraversare quei ponti, sprovvisti di protezione o ringhiera, sospesi tra due dirupi scoscesi. Scorrono
immagini di stazioni deserte, dove lucertole e rovi la fanno da padroni.
E ritornano alla mente quelle folle immense che assaltavano i rari treni
nel corso dell’ultimo conflitto, quando i ponti sul fiume Pedace erano
stati fatti saltare dai tedeschi in ritirata per rallentare l'avanzata
degli alleati. E rivivo anche i miei momenti di terrore e i miei urli di
disperazione quando mia madre si faceva largo a gran forza per prender
posto su uno di quei carri in genere usato per il trasporto del bestiame
che, in mancanza di vetture normali, veniva utilizzato anche per il
trasporto delle persone.. E quelle stazioni, oggi deserte e silenziose,
dove non avrei mai più
pensato di poter ritornare, fermentavano allora
di vita, di commercianti d'ogni genere, di operai. Quelle
folle in agitazione e gli assalti dei viaggiatori per occupare un posto
qualsiasi mi facevano per certi versi sorridere ripensando alle proteste
odierne contro l’organizzazione delle ferrovie in certi periodi
dell’anno quando bisogna rassegnarsi all’affollamento dei treni che,
comunque, non è minimamente paragonabile ai disagi che si dovettero
sopportare in quei tempi viaggiando al buio su vagoni sgangherati, senza
servizi ed in condizioni inumane di sovraffollamento. Un tempo tali
situazioni furono vissute senza alcuna protesta; anzi,
spesso, si era costretti a restare per lunghe ore in piedi per
mancanza di posti e ricordo la disperazione di mia madre, con due bimbi
tenuti per mano che piagnucolavano perché erano stanchi di restare in
piedi ed abbastanza pesanti per essere tenuti in braccio. E grazie
ancora che, in quei tempi,
il senso di solidarietà di qualche viaggiatore, anche meno zoticone
degli altri, aveva il
sopravvento sull’indifferenza di tanti altri e, ogni tanto, lasciava
il posto a mia madre con i suoi bambini
per farci riposare e rinfrancare
con un po' di riposo e di sonno. Io,
comunque, quando potevo me ne stavo sempre lì, con il naso incollato ai
finestrini, e non mi sfuggiva mai nulla, anche i sassi agli angoli dei
ponti e nelle stazioni riuscivo a contare e ricordare. Anche
per questo in tutti questi
anni sembra non sia accaduto nulla, vedo quei sassi
sempre fermi al solito posto: solo i rovi aumentano e le stazioni
vuote con i cartelli bombardati dai colpi di lupara che ogni tanto ti
offrono un senso di desolazione
e dell'abbandono di Dio e degli uomini per questi paesi del Sud. Per
chi ha potuto assistere a tanti tristi avvenimenti, per chi ha vissuto
certi momenti che sono stati tremendi e disperati, anche se si era molto giovani per poter
comprendere fino in fondo il grado di povertà che ci circondava,
il rivedere a distanza di anni certi paesaggi e rigustare ancora l'odore
della paglia secca, che profuma di buono appena qualcuno ci passa sopra
con gli scarponi grossi, il riascoltare i trilli dei grilli e quel
concerto sempre uguale, interminabile, e per certi versi monotono, dello
stridore delle cicale sotto il sole rovente dell'estate calabrese,
si riprova un senso di gioia che ti prende la gola, come un
malessere vissuto, dal quale si è riusciti ad uscirne fuori, ma che per
un senso di strano masochismo se ne avverte a tutt’oggi la mancanza e
vorresti rivivere quei momenti per poter capire fino in fondo la realtà
di quel lontano periodo storico. Non
riesco neppure ad immaginare quale reazione potrei avere a
rivivere, a distanza di tempo ed in condizioni profondamente diverse,
certi momenti di vita e certe situazioni del passato. Sicuramente penso
che se quei momenti potessero essere proiettati su uno schermo sbiadito
dal tempo le emozioni sarebbero profonde ma credo che le situazioni
sarebbero vissute come fatti che non ti sono mai appartenuti. L'incantesimo
di quei momenti, di cui oggi avverti la mancanza e che sono legati ai
tuoi ricordi di bambino ed al tuo vissuto reale, forse si desidererebbe
riviverli veramente per riprovare interamente gioie e sofferenze e poter
ritrovare affetti e sentimenti dimenticati, che non sembrano poi così
lontani, e poter capire fino in fondo il sacrificio fatto da altri per
farti crescere. Solo così, forse, si riuscirebbe ad
approfondire il senso di alcune frasi di mia madre, ripetute più
volte, e che oggi riesco
meglio ad apprezzare nella loro interezza grazie alle mutate condizioni
sociali di gran parte di quei nuclei
familiari che si aguravano, in quel tempo,
la fine delle sciagure in cui era stata coinvolta un'intera
generazione e che speravano che un giorno i propri figli non dovessero
più rivivere drammi e situazioni di quella portata. Speranze
vane perché poi i figli crescono e sono costretti, soprattutto al sud,
di andare a cercare lavoro altrove. E la speranza iniziale di tornare
diventa poi con il passare degli anni sempre più remota ed irreale. Così
i figli vanno via è vero, e generalmente migliorano anche le loro
condizioni di vita, ma le madri rimangono con la
certezza del loro ritorno, che ogni anno si indebolisce sempre più e rimangono con le mani vuote a sperare in una riunificazione
impossibile della vecchia famiglia e dei vecchi valori. Ricordare
quel viaggio in treno di quasi quarant'anni or sono lascia un senso di
vuoto e di tristezza nel cuore anche perché oggi, che mia madre non c'è
più, è subentrata la
certezza che quei ricordi non possono essere neppure addolciti dalla
presenza di un testimone dei tempi che potrebbe meglio di chiunque altro
comprendere i miei momenti di disagio o di gioia e darmi la forza per
superare le difficoltà o meglio gioire nelle soddisfazioni. Così
ti accorgi che il tempo, è vero, sei riuscito a fermarlo
in un preciso momento della tua vita, e lo sogni ancora libero da
impegni e da affanni con una speranza di ritorno a casa la sera
successiva; ma ti accorgi anche che lo specchio dov'è riflessa la tua
immagine è, invece, una galleria infinita di specchi che riflettono
situazioni sempre più capovolte una rispetto all'altra anche se poi
alle fine sono identiche, ma risultano collocate a distanze sempre
maggiori l'una dall'altra senza possibilità di passare dall'ultima
immagine alla prima con l'aprire od il socchiudere di una porta. Ti
rimangono così in cuore gli ultimi flash di un viaggio non recente con
la visione di quel corteo di vecchie con in testa le "quartare"
(*) piene d'acqua: fantasmi ondeggianti che si inerpicano sui fianchi
della montagna e che spariscono poi negli anfratti coperti da siepi di
more e biancospini, dove i merli nidificano ancora
e le serpi continuano a portar via le uova dell'ultima nidiata. Immagini
di donne uguali a quelle di quarant'anni prima, sempre immutabili nei
loro veli neri per un parente morto o ucciso per sbaglio. Ed
ai ricordi si aggiunge la consapevolezza che in questi posti, purtroppo,
la storia sembra essere immutabile: la gente continua sempre, ancora
oggi, a piangere per qualcuno o per qualcosa. Santoro
Salvatore Armando
(Campo
Tizzoro 15.4.1998) (*)
- Otri di argilla
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Dopo
tanti anni di assenza ritornai nella mia città. Mio
padre quando era andato in pensione si era trasferito in Puglia nel suo
paese di origine. Mia madre l’aveva dovuto seguire ma non con troppo
entusiasmo, anche perché era molto legata alla casa dove era nata ed a
tutti i ricordi d'infanzia ed agli effetti che essa rappresentava. Dopo
la morte di mia madre la casa era stata venduta e, quindi, le occasioni
di ritornare nella mia città si erano ridotte a zero. E
poi a fare cosa? Quando una persona si trasferisce ad oltre 1200
chilometri dalla terra dove è nato con il tempo dimentica ogni cosa;
appena rimane l'affezione, una piccolissima radice che di tanto in tanto
ti fornisce un po' di linfa che alimenta i ricordi di una fanciullezza
spensierata anche se vissuta in un periodo non certamente facile come
quello dell'immediato dopo guerra con la battaglia giornaliera per la
sopravvivenza. Tornare
a Reggio, rivedere la mia casa senza più mia madre, sapere che quelle
stanze, dove avevano vissuto anche i miei nonni ed i miei zii, adesso
erano abitate da gente estranea ed insensibile ai miei sentimenti, era
una cosa insopportabile e, pertanto, avevo rinunciato per lunghi anni a non più rivederla; preferivo così sentirla ancora mia perlomeno nella memoria. Eppure
la città dove ero nato l’avevo sempre amata intensamente. Ma tutte le
volte che vi ero arrivato, il degrado urbano a cui avevo assistito, le
difficoltà di circolazione e l'immensa confusione che la pervadevano,
ed alla quale non ero più abituato, mi davano un senso di profonda
oppressione ed un bisogno, quasi immediato, dopo poche ore che ero sceso
dal treno, di ritornarmene da dove ero arrivato.
Preferivo
restarmene lontano e sognarmela così come l'avevo lasciata tanti anni
prima, con le strade ordinate e pulite e con le donne del mio rione che
tutte le mattine rassettavano e lavavano abbondantemente le corti
antistanti le loro abitazioni dove, per godere della frescura nelle
serate estive, sedevano e pettegolavano sugli avvenimenti della giornata
e sui fatti del rione. E
così preferivo ricordarmi la mia casa, con la sua vista un tempo totale
sullo Stretto di Messina, e mi rivedevo bambino, con un piccolo binocolo
da teatro, osservare le navi solcare il mare davanti l'Etna innevata, o
fumante per le periodiche eruzioni, e li seguivo fino alla loro
scomparsa al di là dello stretto oltre la punta di Ganzirri. Ma
dopo tanti anni eccomi ancora qui, ancora una volta a riprovare la
solita delusione di ritrovare una città sempre più degradata, assalito
dalla voglia di ritornarmene via al più presto possibile da dove ero
arrivato. “Non
so se ritornerò ancora - pensavo dentro di me - può darsi che questa
volta sia davvero l’ultima”. Questa
convinzione mi aiutava a reprimere il disgusto che mi pervadeva. Il mio
viaggio voleva essere un ritorno nel passato, un tentativo ultimo di
ricostruzione di tanti ricordi che periodicamente mi ritornavano alla
mente anche se i volti che incontravo per strada appartenevano a persone
sconosciute che non mi ricordavano più nulla. Solo
passeggiando per i viali del cimitero, dove mi sono recato per ricercare
le immagini di persone ormai abissalmente lontane dalla mia memoria,
spero di ritrovare elementi che mi possano aiutare a ricostruire i miei
ricordi di infanzia. Una necessità avvertita a livello inconscio forse
per ritrovare attimi di vita dimenticata attraverso i volti dei morti
che mi guardano dalle lapidi, incorniciati di fiori e di lumini accesi. Un
bisogno strano a sessant'anni, ma forse la consapevolezza che la morte
può arrivare d'un tratto senza aver tentato di ricostruire per un
attimo le radici perdute. Una esigenza indicibile di riscoprire affetti
persi, ignoti a coloro che vivono la realtà quotidiana senza porsi
tante domande. Una necessità di risentirmi attorniato da un mondo di
personaggi che d'un tratto mi ritornano vivi, con tutti i ricordi che
conservo nel cuore, che mi riportano indietro nel tempo come se dalla
mia città non mi fossi mai allontanato. Una possibilità di ritrovare
gli antichi valori, i forti legami di solidarietà che univano tanta
gente, che non si sentiva
mai sola e che sapeva, nei momenti di difficoltà e di bisogno, di poter
contare sempre su qualcuno. Ed era anche un legame che univa tanti al
rispetto delle cose belle che avevamo intorno a noi, rispetto che oggi,
invece, è stato completamente cancellato. Il
cimitero è oggi immenso se rapportato alla vastità che avvertivo
attorno a me quelle volte
che da bambino andavo con mia madre a deporre i fiori sulla tomba di mio
nonno, di cui conservo ormai un vago e lontano ricordo. Vedo
affacciate alle lapidi visi mai conosciuti, tanti a dire il vero e forse
tanti altri dimenticati. Ma lentamente le immagini recuperano i vecchi
contorni. Volti scomparsi nel silenzio del tempo improvvisamente
ritornano come diapositive proiettate sullo schermo della memoria e mi
ritrovo tra loro, nelle tante serate delle vacanze scolastiche
natalizie, a giocare interminabili partite a carte attorno ad un tavolo
pieno di ragazzi vocianti e rumorosi. Provo
un batticuore strano e quei volti, sembrano fissarmi intensamente e
sembra vogliano dirmi qualcosa. Li immagino
tutti allineati, quasi giudici a rimproverarmi d'averli
abbandonati, di averli ignorati per tanti anni e d'essere andato a fare
altrove le cose che era necessario che io avessi fatto per la mia città. Mi
sento inseguito da quegli sguardi mentre affretto il passo tra le lapide
e mi sembra che quegli sguardi d'un tratto non siano più sorridenti, ma
torvi e minacciosi. Vivo
una situazione di insicurezza ed un
disagio immenso mi opprime. Ma
d'un tratto su una di quelle lapidi vedo un volto che mi sembra di
ricordare. Poi leggo un nome che mi fa dare un balzo al cuore: Cucinotta
Paolo. . D’un
colpo mi ritrovo seduto sui banchi di una scuola elementare attorniato
da tanti ragazzi chiassosi. E rivedo il mio vecchio maestro, che adesso
mi sorride dalla lapide. Non mi sembra cambiato. Sempre con la sua
calvizie incipiente, sempre con quel sorriso di eterno bambino
soddisfatto. Quella
foto che mi osserva intensamente riesce a trarmi dalla situazione di
insicurezza e tensione in cui sono precipitato, riportandomi una serenità
nell’animo ed infondendomi quella sicurezza che solo lui sapeva darmi,
quando nei giorni di interrogazione, mi suggeriva le risposte per
togliermi dall’imbarazzo della mia poca preparazione sulla lezione del
giorno. Come
se il tempo non fosse mai passato, il pensiero mi riporta indietro di
oltre cinquant'anni, un'eternità. Rivedo quella figura paterna di
vecchio insegnante passeggiare tra i banchi della scuola elementare
Principe di Piemonte di Reggio Calabria, con i capelli tirati con la
brillantina, per coprire l'incipiente calvizie d'un tempo. Un senso di
dolcezza profonda mi pervade: una tenerezza immensa sale dal cuore e mi
stringe la gola riempiendomi gli occhi d'un pianto liberatore e
sommesso. E'
strano a sessant'anni provare emozioni si belle davanti alla foto di un
vecchio insegnante non più rivisto, ma sempre ricordato. Dalla
lapide mi guarda e mi sorride: sembra percepire le emozioni che mi
pervadono e sembra voglia consolarmi: "Sei ritornato finalmente,
birichino, sembra dirmi sorridente. Sai è da tempo che ti aspetto ed
ero convinto che saresti venuto a trovarmi. Non mi ero ingannato! Sei
rimasto uno dei pochissimi allievi che hai sempre pensato al tuo vecchio
maestro. Ricordi le verità che nelle mie lunghe giornate d'insegnamento
raccontavo a te ed ai tuoi compagni di scuola? So che ogni tanto ti
ricordi anche di loro e li rivedi nei banchi lanciare fogli di quaderno
appallottalati in testa ai compagni seduti davanti a loro”. “Erano
altri tempi, la scuola era per pochi e solo gli eletti, cioè i figli di
quelli che contavano, poi riuscivano ad arrivare fino in fondo, mentre i
figli di coloro che lavoravano facevano
una grande fatica per mantenersi agli studi". "Ma
io non mi stancavo d'incoraggiare tutti: Potea non volle, or che vorrea
non pote. Quante volte vi ho ripetuto questo ritornello? E tu l'hai
potuto sperimentare personalmente in quanto ha faticato non poco per
centrare quegli obiettivi che non hai voluto raggiungere quando per te
sarebbe stato più facile e più agevole”. "Ma
il destino scrive la vita di ognuno di noi su pagine diverse del suo
libro e tu hai voluto essere artefice della tua vita a modo tuo". "Ricordo
il frastuono quando arrivavate in classe e la mia pazienza per tenervi
buoni. Quante storielle inventavo per distrarvi dalla monotonia delle
lezioni e farvi ridere! E quanti racconti veri, legati alla miseria del
tempo con le famiglie che davvero non sapevano come fare a combinare il
pranzo con la cena, vi raccontavo per distrarvi e nello stesso tempo per
non farvi chiudere gli occhi sulle miserie umane”. “E
ci tenevo a soffermarmi sulle storie della povera gente che vi ho sempre
insegnato a rispettare perché erano persone che lavoravano sodo dalla
mattina alla sera, che spesso erano maltrattate da tutti e dovevano fare
salti acrobatici per sfamare le loro famiglie”. “Eravate
così piccoli, ma molti di voi già così grandi, dovendo affrontare in
famiglia situazioni di sopravvivenza in un periodo particolare della
ricostruzione del Paese, subito dopo la fine della guerra, ed in una
regione dove particolarmente gravi erano i problemi occupazionali”. “Ricordo
sempre che cercavo di farvi pesare il meno possibile i vostri disagi
familiari con storielle che oggi riterrai anche stupide. Ma voi ridevate
di gusto quando vi davo la risposta alla mia domanda, alla quale non
sapevate rispondere, come facesse una persona a mangiare una pagnotta di
pane con una oliva. Lecca l’oliva e da un morso alla pagnotta, vi
spiegavo, ed avanza ancora il companatico per il giorno dopo”. Era una
storiella per certi versi simile a quella dei contadini del veneto che
intingevano la polenta, tanto da insaporarla appena,
sull’aringa appesa ad un filo al centro tavola. Ma voi ridavate
sereni e dopo riuscivo a farvi seguire anche le altre cose previste dal
programma scolastico”. “Ho
sempre fatto il maestro con passione: mi sembrava di non crescere mai,
di restare bimbo anch'io e, per certi versi, immergermi in questa
illusione era quasi dimenticare le brutture che avevo visto e tutte le
altre che poi ho dovuto ancora sopportare". "Ti
ricordi quando vi parlavo di portare rispetto anche alle persone delle
quale non condividevate i discorsi? Erano argomenti allora difficili da
comprendere ed ancora più difficile sarà stato per voi capirmi quando
vi dicevo che, pur essendo stato costretto ad accettare certe situazioni
ideologiche aberranti, non avevo mai indossato la camicia nera. Allora
non capivate, ma tu, e forse qualcun altro dei tuoi compagni, la lezione
a distanza l'avete capita. Eccome ! So che i compromessi non ti sono mai
tanto piaciuti anche se a volte si è costretti ad accettarli come male
peggiore. Ma tu li hai accettati fino ad un certo punto. Quando ti sei
accorto che diventavano inconciliabili con i tuoi principi e con le tue
idee non ci hai pensato su più di tanto ed hai fatto come quei
condottieri romani che lasciavano la guida dello stato, dopo averlo
servito, per ritornarsene in campagna". "Penso
che avrai potuto prendere coscienza che un seme di pino è piccola cosa,
ma una volta seminato, mette radice e diventa un albero imponente che
nessuna bufera potrà mai piegare". "So
che spesso ti interroghi e ti senti in colpa di essere andato altrove e
non aver lavorato per la tua città. Non ti disperare per questo. Ognuno
di noi semina dove ritiene che il terreno sia più idoneo a dare frutti
migliori”. "E
non rammaricarti d'aver fatto poco, o quasi nulla come dici tu; ognuno
fa quello che può o che crede giusto fare. Ma tu non sei cambiato. Tu
sei rimasto uguale, con la tua bontà nel cuore e con la tua voglia di
far tanto bene agli altri e per lunghi anni hai dimenticato di farne
anche un po’ a te stesso ed alla tua famiglia. Non pensare che mi sia
scordato quando dicevi che da grande avresti voluto fare il medico ed il
venerdì, forse perché è il giorno del Signore, curare la povera gente
gratuitamente. Poi hai scelto un'altra professione, ma penso che del
bene alla gente indifesa l'avrai pur fatto lo stesso". "Non
pensare che non ricordo la tua bontà d’animo. Me l’hai dimostrata
tante altre volte. Non me ne sono dimenticato, ricordalo. L'ultima volta
che mi hai rinnovato il tuo affetto l'hai dimostrato tanti anni fa.
Pochi si ricordavano del loro vecchio maestro, ma tu da Aosta un giorno
che proprio neppure lo immaginavo mi hai telefonato. Ed in quei giorni
ero tanto triste: mi sentivo tanto solo con il peso dei miei anni e dei
miei acciacchi e con le mie sorelle a cui dovevo ancora badare. Pensavo
agli anni miei passati, ai tanti bimbi che avevo assistito e seguito sui
banchi di scuola, a cui avevo dato lezioni scolastiche e di vita". "Sapessi
la tua telefonata quanto è stata gradita e quanto mi ha rincuorato. Mi
ha fatto improvvisamente sentire nuovamente utile e ricordato da uno dei
miei allievi. Te lo dissi anche: ma le parole si capiscono meglio,
quando dentro di noi avvertiamo il senso del vuoto e dell'incertezza del
domani”. “In
questo momento le puoi capire bene anche tu. Io ti dissi che il ricordo
di un proprio allievo per un vecchio maestro è mille volte più gradito
di una medaglia. E tu quel giorno mi hai dato la più bella ricompensa,
con il tuo ricordo, che un vecchio maestro potesse ricevere." "Ed
oggi sei di nuovo qui, scrivendo queste righe e dando vita a questo tuo
travaglio interno su dei fogli di carta. Tu non ti accorgi ma l'intensità
del tuo dialogo oltrepassa i confini della morte e dimostra che la
stessa morte non sia realmente la fine di tutto". "Questo
tuo modo interiore di colloquiare è simile alla carezza di un bimbo.
Una carezza che avrei voluto avere da un bimbo tutto mio ma che non ho
potuto avere in quanto ho preferito restare vicino alle mie sorelle che
non avevano voluto sposarsi”. "Ma
un vecchio maestro vive e si gratifica anche con una manciata di carezze
che derivano da piccolissime testimonianze di affetto per una semplice
telefonata di un suo ex allievo lontano, perché
questo dimostra che il seme
non è caduto su un terreno arido ma ha trovato un
fertile humus ed ha germogliato un gesto d’amore e di
riconoscenza. E non servono altre medaglie ministeriali perché queste
sono le vere gratificazioni che un vecchio maestro desidera ricevere per
quello che ha potuto fare e per quello che ha saputo dare trasmettendo
messaggi di amore ed esempi di onestà ad intere
generazioni di giovani". Santoro
Salvatore Armando
(San
Marcello Pistoiese 29 Aprile 1998)
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Raccontavano
un tempo le nonne ai propri nipotini, seduti la sera davanti ad un
ciocco scoppiettante nel caminetto, che nella valle dell’Orsigna,
sulla montagna Pistoiese, c’era un ritrovo di streghe che,
periodicamente, si davano appuntamento per festeggiare qualche occasione
particolare. Quelle
streghe erano molto cattive e la leggenda dice che se qualche abitante
della zona le avesse guardate in volto sarebbe morto. Per evitare questa
brutta fine occorreva non guardarle mai in viso se per caso capitassero
sul proprio cammino. La
leggenda aggiungeva anche che queste streghe, nel corso di questi
incontri, avevano l’abitudine di raccontare tutti gli avvenimenti di
cui erano state testimoni o protagoniste e, sovente, per farsi dispetto
l’una con l’altra, raccontano anche dove fossero nascosti i tesori
che nel passato i briganti avevano seppellito nei boschi e che qualcuna
di loro aveva ritrovato e nascosto da un’altra parte. Esse
non sapevano cosa farsene dell’oro e dei gioielli, ma possederli dava
loro un tocco di importanza che indispettiva le altre che ne erano
sprovviste. Così
a volte era capitato in passato che qualche boscaiolo, che si recava
nelle macchie per preparare i cumuli per fare il carbone ed era rimasto
addormentato nel bosco, aveva ascoltato i loro discorsi e, prima che
queste potessero andare a trovare un nuovo nascondiglio, era riuscito ad
individuare il posto dove era stato nascosto un tesoro e lo recuperava
arricchendosi con tutta la famiglia. Ma
sulla Montagna Pistoiese non c’erano solo le streghe. C’erano anche
delle fate buone e soprattutto c’erano gli Elfi che contrastavano i
cattivi poteri delle streghe e le loro magie neutralizzando il malocchio
che le streghe buttavano sulle persone. “Occorre portare sempre in tasca alcune ghiande - diceva la nonna ai nipotini - ma non bisogna mai romperle. Le ghiande hanno infatti il potere di annullare i sortilegi di queste creature e se si riesce a colpire una strega con una di esse allora la ghianda si apre e fa apparire una fata buona che butta addosso alle streghe una polverina incantata che produce una intensa luce che le fa svanire nel nulla”. La
gente del posto, però, non aveva mai visto le streghe e un contadino
che affermava di averle viste e guardate in faccia ebbe un incidente, è
vero, ma la colpa era certamente sua e non delle streghe perchè
all’età di 92 anni si era arrampicato su un albero per raccogliere
delle ciliege ed era caduto rompendosi l’osso del collo. Se non
l’avesse fatto, forse, ancora oggi sarebbe in giro per il paese, con
il suo bastone, a raccontare le sue storie strampalate. Ma
Cecco, un ragazzo del posto che conosceva ogni sentiero della montagna
intorno all’Orsigna e che non aveva paura di nulla, un giorno decise
di andare a caccia di streghe, anche per cogliere qualche loro segreto,
e giurò che se ne avesse vista qualcuna l’avrebbe rinchiusa in un
sacco. Attese quindi una serata serena di plenilunio in modo da
garantirsi un sufficiente chiarore sul sentiero che avrebbe dovuto
percorrere sia all’andata e sia per il ritorno. “Le
streghe – raccontava la nonna- per fare le loro magie hanno bisogno di
tante cose, ma la base principale dei loro intrugli sono i denti e le
code del coniglio”. Cecco
tutte le volte che la mamma cucinava un coniglio metteva da parte, a
pranzo, le mandibole con tutti i denti. Le code, invece, le recuperava
dal sacchetto dove venivano deposte la pelle e le parti inutilizzati del
coniglio. Come gli aveva insegnato il nonno le aveva messe ad asciugare
al sole cospargendole di sale, per non farle marcire, e poi le
nascondeva in cantina insieme alle mandibole con i denti. Purtroppo
le streghe, essendo molto vecchie ed avendo perduto la loro agilità da
un pezzo, non riescono a catturare i coniglietti selvatici che si
aggirano per i boschi. Questi, poi, conoscono le strane abitudine di
quelle vecchie cattive ed appena le sentono arrivare scappano via
velocemente a nascondersi nelle loro tane tra le rocce o sotto i tronchi
degli alberi. D’altro
canto queste non possano andare nei negozi a comprarsi gli elementi che
servono per preparare le loro misture, anche perchè la gente per
tenerle distanti appende uno spicchio d’aglio all’ingresso delle
case e dei negozi e questo stratagemma ha il potere di impedire alle
streghe di entrarvi. Cecco,
quindi, attese il plenilunio e in un tardo pomeriggio partì con una
sacco sulle spalle, dove aveva nascosto, oltre ad una lanterna, per non
rischiare di restare al buio nel sottobosco quando il sole sarebbe
tramontato, anche le mandibole con i denti e le code del coniglio e poi
si era inoltrato nel bosco. Nei
giorni precedenti, però, aveva costruito un capanno tra i castagni, di
fronte ad una radura dove i locali sostenevano si radunassero le streghe
per le loro feste, posto a qualche chilometro dall’abitato dell’Orsigna
e lo aveva ricoperto di foglie in modo da mimetizzarlo e non farlo
vedere da eventuali boscaioli che fossero capitati nei dintorni. Mentre
lo costruiva aveva lasciato degli spioncini tra un tronco e l’altro in
modo da poter spiare dall’interno cosa avvenisse all’esterno senza
farsi scoprire. Proprio in corrispondenza di uno di queste aperture
aveva scavato una buca profonda circa mezzo metro, vi aveva adagiata una
robusta rete e poi aveva nascosto il tutto deponendo sopra delle frasche
e della terra in modo che nessuno potesse accorgersi della trappola
capitandoci vicino. La rete era stata fissata ad un robusto tronco e
l’estremità della corda che la sorreggeva, e che all’occorrenza
poteva chiudere la rete, l’aveva fatta scorrere tra i rami e calata
nel capanno in modo da poter essere agevolmente manovrata
dall’interno. Inoltre,
per maggiore tranquillità, aveva appeso proprio sulla porta
d’ingresso un bella ghirlanda di agli che, in caso di pericolo,
avrebbe impedito alle streghe di poter entrare nel capanno. Infine,
aveva anche messo in tasca una manciata di ghiande così avrebbe potuto
difendersi facendo sparire le streghe nel caso queste lo avessero
aggredito. Era
già passata qualche ora ed il sole se ne era andato da qualche minuto.
La radura non era ancora piombata nel buio perchè la luce filtrava
ancora tra i rami e così Cecco riusciva a vedere intorno a se un buon
tratto di bosco. Quando
le ombre cominciarono ad invadere la radura Cecco si sedette in una
posizione tale da poter essere visto anche da lontano, tirò fuori dal
sacco le mandibole e le code del coniglio e li depose allineati su un
tronco che aveva disposto proprio dietro la buca che aveva scavato e
dove aveva nascosto la rete della sua trappola, e rimase in attesa. Intanto
era sorta la luna che aveva illuminato la radura. Cecco ogni tanto
emetteva intenzionalmente dei colpetti di tosse per scoprire la sua
presenza e con indifferenza rigirava sul tronco le code e le mandibole
di coniglio in modo che le streghe potessero vederle. Dopo
circa mezzora intravide alcune ombre, che i raggi lunari che filtravano
tra i rami ogni tanto scoprivano, che stavano avvicinandosi. Si era
collocato in una posizione favorevole in modo che l’ombra di un tronco
colpendolo sul viso gli impedisse di essere abbagliato dai raggi della
luna. Con questo sistema riusciva anche a guardare con la coda
dell’occhio in giro e dava la certezza, all’eventuale osservatore in
arrivo, di non essere stato scoperto. Quelle
ombre che si muovevano furtive per la radura, però, gli aveva messo
addosso un po’ di paura. E’ vero che era un ragazzo coraggioso, ma
era sempre un ragazzo. E poi certi racconti, ampliati dalla fantasia
popolare ed ingigantiti dalle storie delle disgrazie che capitavano a
chi guardava le streghe in volto, contribuivano a creare nel suo
cervello quell’incoscio timore del soprannaturale che pervade le
persone soprattutto quando sono sole e per di più nel buio di un bosco
lontano dai centri abitati. Ma
non si scoraggiò. Anzi cercò di farsi coraggio anche perché nessuno
aveva mai detto che le streghe avessero aggredito qualcuno e,
soprattutto, che avessero fatto paura alla gente parandosi
improvvisamente davanti. Anzi quasi tutti i vecchi ammettevano che le
streghe avessero paura a farsi scoprire. Pertanto si tranquillizzò e
cercò di mantenere la calma per concentrarsi sull’azione che aveva in
testa di compiere. Quando
fu sicuro che le streghe avessero notato gli oggetti esposti sul tronco
Cecco prese il sacco e si allontanò dalla radura. Fece un giro per dare
l’impressione che andasse via, ma appena giù da un grotto, che celava
la radura stessa, a gattoni ritornò sui suoi passi e s’infilò nel
capanno. Poi si avvicinò allo spioncino e cominciò ad osservare quello
che avveniva intorno. Non
dovette aspettare molto che già le streghe erano apparse al bordo della
radura. Erano soltanto in cinque ed una di queste ragionava a voce alta
e sembrava arrabbiata con la compagna che aveva a fianco per via di
certi segreti rivelati da un’altra strega. Cecco capì che quella
strega aveva sottratto un tesoro e l’aveva nascosto in un nascondiglio
che solo lei conosceva. E
fu proprio questa strega che s’accorse dei denti e delle code del
coniglio esposti sul tronco. Urlando di gioia si precipitò in quella
direzione, ma non sapendo mantenere il segreto aveva già urlato alle
altre cosa vi fosse esposto su quel tronco. Fu una corsa folle per
impossessarsi di quei beni per loro essenziali. Ma la strega che per
prima aveva visto i denti e le code del coniglio era avvantaggiata perchè
era più vicina al tronco, ma non fece in tempo ad impossessarsi di quei
prodotti che la terra le mancò sotto i piedi e si ritrovò presa dalla
rete che Cecco aveva prontamente tirato serrandola ben stretta al suo
interno. Questa si dimenava come una forsennata, ma Cecco aveva usato
una rete con delle grosse corde e non era facile allentarle se non
tagliandole con un grosso coltello. Le
altre streghe cercavano di liberare l’amica, ma in quella confusione
Cecco uscì dal suo nascondiglio e cominciò a colpire con le ghiande le
quattro streghe che si affannavano attorno alla rete. Una
luce improvvisa ed accecante illuminò il piazzale. Cecco si accorse che
qualcosa di bianco e lucente colpisse le streghe e quando quella luce si
dileguò delle quattro streghe non c’era più alcuna traccia, ma
quella chiusa nella rete, e che Cecco volutamente aveva evitato di
colpire continuava impotente ad agitarsi nella sua trappola. Infatti lui
aveva utilizzato quattro ghiande apposta per questo. Fra l’altro tutte
non le avrebbe potute catturare. Lui ne voleva solo una, e soprattutto
questa che avrebbe potuto svelargli il segreto di cui era a conoscenza,
ed era riuscito nel suo intento. La
strega continuava a dimenarsi lanciando delle maledizioni tremende in
direzione di Cecco, che non si scompose più di tanto. Anzi ad un certo
punto indispettito tirò fuori dalla tasca una ghianda e le urlò che se
non la smetteva di agitarsi gliel’avrebbe tirata addosso. Bisognava
vedere la paura di quella vecchiaccia. Tremava tutta e così facendo la
dentiera gli batteva tra i denti facendo uno strano rumore simile a
quello che la mamma di Cecco generava quando tritava gli odori sul
tagliere quando doveva preparare il sugo. “Per
carità - urlava - non lo fare; ti darò tutto quello che vuoi”. Ma
Cecco fingendosi ancora più arrabbiato gli lanciò contro la ghianda ma
fece in modo che questa si perdesse nel bosco. Dovreste
vedere la strega che paura si prese quando la ghianda la sfiorò di poco
sopra la testa. Cominciò a piangere e giurare che se l’avesse
liberata gli avrebbe rivelato il posto dove aveva nascosto il tesoro che
aveva sottratto alla sua compagna. Cecco
però non si fidava. “Se
vuoi che ti liberi - le disse - prima devi indicarmi dov’è nascosto
il tesoro. Io andrò, poi, a controllare che tu non mi abbia raccontato
una bugia e se esiste davvero allora io ritornerò a liberarti” La
strega, non avendo altra scelta, malvolentieri fu costretta a svelare il
nascondiglio dove aveva nascosto quel tesoro spiegandogli che era celato
appena fuori dal suo paese sotto alcuni massi proprio sotto il ponte che
attraversa il torrente Orsigna. Cecco
andò nel capanno, prese la corona dell’aglio che aveva messo dietro
la porta e per essere sicuro che altre amiche della strega non venissero
a liberarla depose tutto intorno alla rete dov’era intrappolata la
malcapitata un cerchio di spicchi d’aglio. Poi
di corsa andò a vedere se il racconto della strega corrispondesse a
verità. Ritornò
qualche ora più tardi. La strega era sempre lì, appesa come una
mortadella, ma stanca ed avvilita si era addormentata. Andò
all’interno e sciolse la corda, e depose lentamente a terra la rete
che si aprì e la strega sortì da quella scomoda posizione. Appena
si accorse che era libera cominciò nuovamente ad inveire contro Cecco e
gli lanciava tutte le maledizione di questo mondo. Ma questi ridendo tirò
fuori dalla tasca una ghianda e fece finta di scagliargliela contro. La
strega, allora, urlando per la paura scappò in gran fretta e scomparve
nel bosco. Mentre
si addentrava nella boscaglia gli arrivò un gran vociare di vecchie che
imprecavano e litigavano. Si voltò indietro e comprese che la strega
aveva ritrovato le sue colleghe che non erano state polverizzate ma solo
accecate dalla potente luce che le fate buone avevano generato con la
loro magia. Comprese,
quindi, che le fate buone, appunto perchè erano tali, non potevano fare
del male neppure alle persone cattive ma creando quella luce le avevano
abbagliate ed impaurite impedendo loro di vedere cosa stesse succedendo
intorno e dando loro l’impressione che fossero state colpite dalla
luce del sole, che per loro è una fonte di energia negativa che
potrebbe liquefarle qualora ne fossero state esposte per un certo tempo,
costringendole a fuggir via terrorizzate. Cecco
ritorno di gran corsa a casa e raccontò la fortuna che gli era
capitata. In
un primo momento il padre voleva picchiarlo, ma poi si fece convincere e
dopo aver caricato dei sacchi ed alcuni badili sull’asino si recarono
in gran fretta sotto il ponte dell’Orsigna e nel posto indicato dalla
strega scoprirono un forziere pieno di ducati d’oro. Con
il cuore colmo di gioia caricarono tutto sull’asino ed in gran segreto
ritornarono a casa. Nei
giorni successivi nessuno più vide in giro per il paese Cecco e la sua
famiglia. La stessa notte avevano abbandonato la montagna e si erano
diretti a Prato, presso dei loro parenti, dove arrivarono all’alba. Dopo
qualche tempo, con il ricavato della vendita dei marenghi d’oro,
acquistarono una azienda nella periferia di Prato e cominciarono a
lavorare la lana, come era abitudine di altre famiglie della zona. All’Orsigna
si sparse la voce che forse Cecco e la sua famiglia avessero incontrato
le streghe, le avessero guardate in volto e fossero morti, forse
precipitando in uno dei tanti burroni esistenti in quella località tra
i boschi. Ma
nei mesi seguenti, periodicamente, una persona distinta, con barba e
baffi arrivava all’Orsigna con una carrozza nera trainata da quattro
cavalli bianchissimi con i finimenti luccicanti, si avvicinava alla
vecchia casa di Cecco ormai in rovina, perchè tutti avevano paura di
entrarvi dentro, e dopo averla osservata lungamente se ne ritornava da
dove era venuto. Qualche
abitante del paese che aveva osato avvicinarsi alla carrozza affermò di
aver visto delle lacrime brillare negli occhi di quello strano
visitatore, ma nessuno aveva riconosciuto in quella persona elegante
Cecco che, spinto dalla nostalgia, ogni tanto ritornava alla sua vecchia
casa per rivederla e ricordare a se stesso le sue origini e la sua
miseria prima che quella strega gli avesse fatto scoprire quel tesoro
che, poi, avrebbe permesso a lui ed alla sua famiglia di arricchirsi e
di vivere felice e contento per il resto dei suoi giorni. (San Marcello Pistoiese 12/03/2000 22.37)
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