Salvatore Armando Santoro  1-2

 Note biografiche - Recensioni - Le sue poesie

 

CALABRO-LUCANA UNA MANCIATA DI CAREZZE LE STREGHE DELL’ORSIGNA    

 

 

CALABRO-LUCANA

Dopo tanti anni ch'ero andato via, conservando vaghi ricordi di  Polistena, un grosso centro della Provincia di Reggio Calabria situato nella Piana della Corona, così ancora oggi chiamata in quanto appartenne per diversi secoli prima della spedizione dei Mille al Regno di Napoli, vi ritornai un giorno per i miei impegni nel sindacato. A Polistena avevo vissuto, circa sette o otto anni da bambino, nel periodo dell'ultima guerra; poi, la mia famiglia si era di nuovo trasferita nel Capoluogo, mia città natale.

A Gioia Tauro fui costretto a cambiare treno in quanto la tratta era servita  da una società privata, la Calabro-Lucana, che da data immemorabile gestiva il servizio e, penso, lo gestisca ancor oggi. Poche cose erano cambiate da quando ero bambino se non quelle vetture sempre più logore e sempre più consunte, e lo sferragliare della littorina, che lenta ansava lungo il costone che da Gioia Tauro sale fino a San Giorgio Morgeto per proseguire per Polistena e finire, poi, a Cinquefrondi. Quello sferragliare mi riportava alla memoria i ricordi dei guerrieri medioevali dei vecchi films in bianco e nero, che rivedevo più volte da bambino, con le loto corazze ormai logore e arrugginite.

A Cinquefrondi la Calabro-Lucana arrivava al capolinea, ma io non ricordo di esserci mai arrivato, in quanto ci si fermava sempre alla stazione precedente, quella di Polistena, patria di artisti anche famosi, dove la mia famiglia risiedette per quasi un decennio per motivi di lavoro. In questo centro frequentai le scuole elementari fino alla terza, che non potrei concludere perché in quel periodo i tedeschi in ritirata, prima, e gli alleati in arrivo, dopo, avevano occupato la scuola trasformandola in ricovero per le truppe e per gli ufficiali.

Quel nome di Calabro-Lucana, sentito ripetere tante volte da mia madre, rievocava nei miei pensieri reconditi immagini di viaggi sempre desiderati e mai potuti fare. Spesso mi fermavo incantato, da bambino, a veder passare quelle vetture, allora trainate da una vaporiera, presso un passaggio a livello appena fuori dell'abitato di Polistena.

Ricordo sempre quello strano cartello piazzato in prossimità di un passaggio a livello incustodito con la scritta "Aktung" che non sapevo cosa volesse significare e cosa ci stesse a fare in quel posto. Per me quel cartello, con un teschio di morte vicino, richiamava antiche leggende e lugubri storie della mia infanzia che mia madre spesso ci raccontava, seduti attorno ad un braciere, nelle lunghe notti d'inverno, in quelle bigie stanze del Vico Trieste di Polistena, illuminate da una lampada ad olio scoppiettante o da un lume a petrolio.

E quanti sogni avevo legato a quel treno, quanti fantastici viaggi avevo immaginato seduto immobile con altri compagni di giochi lungo la scarpata di quella ferrovia nelle interminabili giornate estive del sud. Quei volti, oggi assenti ed indecifrabili, mi si sono affacciati per anni nella memoria ed ho sempre cercato di ricostruirli scrutando qualche rara e vecchia fotografia di classe di quel tempo. Ma l’unico ricordo che vive dentro di me è legato alla gioia che si provava a far girare all'infinito la transenna rotativa collocata a fianco del passaggio a livello che permetteva il passaggio dei pedoni oltre la massicciata della ferrovia.

Quante volte mi illudevo di andare lontano, di attraversare fiumi e mari e poter vedere  posti fantastici, forse dando corpo alle favole materne, e ritornare un giorno, dopo aver fatto fortuna, indossando vestiti lussuosi e poter comprare una casa con tutte le comodità e con l'acqua in casa e permettere a mia madre di non patire più la fame e il freddo che la guerra ci aveva regalato a piene mani.

Seduto su quei vecchi sedili di legno, colorati dalle scritte piccanti degli studenti, ogni tanto venivo sbatacchiato da uno scomposto scotimento della vecchia vettura e lo stridio delle ruote d'acciaio che scorrevano sopra le logore rotaie, lanciavano intorno nugoli di scintille incandescenti che mi scuotevano dai miei pensieri riportandomi alla visione degli ulivi, che fuggivano come giganti immensi per la campagna, mentre le pecore al pascolo lungo la massicciata, ormai invasa dai rovi, si sbandavano spaventate.

Attraversava la littorina i vecchi ponti tesi sui burroni e la scarna acqua che scorreva in fondo alla scoscesa riva mi faceva rivivere gli instanti di paura che da bambino provavo le poche volte che  con mia madre si intraprendeva qualche raro viaggio per recarci a Reggio in visita ai parenti, negli anni in cui mio padre era richiamato da militare nelle campagne di Africa Orientale o di Grecia.

Mi ricordo ancora che non avevo il coraggio di guardar fuori dai finestrini in quei tratti così scoscesi, e ad ogni scuotimento della vettura, dicevo qualche orazione quasi a scongiurare la possibilità che il treno precipitasse in fondo al burrone.

Quella paura riaffiora inconsapevolmente tuttora rimossa dall’inconscio in cui giace. Ed ogni tanto osservo con una malcelata apprensione la littorina attraversare quei ponti, sprovvisti di protezione o ringhiera,  sospesi tra due dirupi scoscesi.

Scorrono immagini di stazioni deserte, dove lucertole e rovi la fanno da padroni. E ritornano alla mente quelle folle immense che assaltavano i rari treni nel corso dell’ultimo conflitto, quando i ponti sul fiume Pedace erano stati fatti saltare dai tedeschi in ritirata per rallentare l'avanzata degli alleati. E rivivo anche i miei momenti di terrore e i miei urli di disperazione quando mia madre si faceva largo a gran forza per prender posto su uno di quei carri in genere usato per il trasporto del bestiame che, in mancanza di vetture normali, veniva utilizzato anche per il trasporto delle persone.. E quelle stazioni, oggi deserte e silenziose, dove  non avrei mai più pensato di poter ritornare, fermentavano allora  di vita, di commercianti d'ogni genere, di operai.

Quelle folle in agitazione e gli assalti dei viaggiatori per occupare un posto qualsiasi mi facevano per certi versi sorridere ripensando alle proteste odierne contro l’organizzazione delle ferrovie in certi periodi dell’anno quando bisogna rassegnarsi all’affollamento dei treni che, comunque, non è minimamente paragonabile ai disagi che si dovettero sopportare in quei tempi viaggiando al buio su vagoni sgangherati, senza servizi ed in condizioni inumane di sovraffollamento. Un tempo tali situazioni furono vissute senza alcuna protesta; anzi,  spesso, si era costretti a restare per lunghe ore in piedi per mancanza di posti e ricordo la disperazione di mia madre, con due bimbi tenuti per mano che piagnucolavano perché erano stanchi di restare in piedi ed abbastanza pesanti per essere tenuti in braccio. E grazie ancora che,  in quei tempi, il senso di solidarietà di qualche viaggiatore, anche meno zoticone degli altri,  aveva il sopravvento sull’indifferenza di tanti altri e, ogni tanto, lasciava il posto a mia madre con i suoi bambini  per farci riposare e  rinfrancare con un po' di riposo e di sonno.

Io, comunque, quando potevo me ne stavo sempre lì, con il naso incollato ai finestrini, e non mi sfuggiva mai nulla, anche i sassi agli angoli dei ponti e nelle stazioni riuscivo a contare e ricordare.

Anche per questo  in tutti questi anni sembra non sia accaduto nulla, vedo quei sassi  sempre fermi al solito posto: solo i rovi aumentano e le stazioni vuote con i cartelli bombardati dai colpi di lupara che ogni tanto ti offrono un senso di  desolazione e dell'abbandono di Dio e degli uomini per questi paesi del Sud.

Per chi ha potuto assistere a tanti tristi avvenimenti, per chi ha vissuto certi momenti che sono stati tremendi e disperati, anche se  si era molto giovani per poter  comprendere fino in fondo il grado di povertà che ci circondava, il rivedere a distanza di anni certi paesaggi e rigustare ancora l'odore della paglia secca, che profuma di buono appena qualcuno ci passa sopra con gli scarponi grossi, il riascoltare i trilli dei grilli e quel concerto sempre uguale, interminabile, e per certi versi monotono, dello stridore delle cicale sotto il sole rovente dell'estate calabrese,  si riprova un senso di gioia che ti prende la gola, come un malessere vissuto, dal quale si è riusciti ad uscirne fuori, ma che per un senso di strano masochismo se ne avverte a tutt’oggi la mancanza e vorresti rivivere quei momenti per poter capire fino in fondo la realtà di quel lontano periodo storico.

Non  riesco neppure ad immaginare quale reazione potrei avere a rivivere, a distanza di tempo ed in condizioni profondamente diverse, certi momenti di vita e certe situazioni del passato. Sicuramente penso che se quei momenti potessero essere proiettati su uno schermo sbiadito dal tempo le emozioni sarebbero profonde ma credo che le situazioni sarebbero vissute come fatti che non ti sono mai appartenuti.

L'incantesimo di quei momenti, di cui oggi avverti la mancanza e che sono legati ai tuoi ricordi di bambino ed al tuo vissuto reale, forse si desidererebbe riviverli veramente per riprovare interamente gioie e sofferenze e poter ritrovare affetti e sentimenti dimenticati, che non sembrano poi così lontani, e poter capire fino in fondo il sacrificio fatto da altri per farti crescere. Solo così, forse, si riuscirebbe ad  approfondire il senso di alcune frasi di mia madre, ripetute più volte, e che oggi  riesco meglio ad apprezzare nella loro interezza grazie alle mutate condizioni sociali di gran parte di quei  nuclei familiari che si aguravano, in quel tempo,  la fine delle sciagure in cui era stata coinvolta un'intera generazione e che speravano che un giorno i propri figli non dovessero più rivivere drammi e situazioni di quella portata.

Speranze vane perché poi i figli crescono e sono costretti, soprattutto al sud, di andare a cercare lavoro altrove. E la speranza iniziale di tornare diventa poi con il passare degli anni sempre più remota ed irreale. Così i figli vanno via è vero, e generalmente migliorano anche le loro condizioni di vita, ma le madri rimangono con la  certezza del loro ritorno, che ogni anno si indebolisce sempre più  e rimangono con le mani vuote a sperare in una riunificazione impossibile della vecchia famiglia e dei vecchi valori.

Ricordare quel viaggio in treno di quasi quarant'anni or sono lascia un senso di vuoto e di tristezza nel cuore anche perché oggi, che mia madre non c'è più,  è subentrata la certezza che quei ricordi non possono essere neppure addolciti dalla presenza di un testimone dei tempi che potrebbe meglio di chiunque altro comprendere i miei momenti di disagio o di gioia e darmi la forza per superare le difficoltà o meglio gioire nelle soddisfazioni.

Così ti accorgi che il tempo, è vero, sei riuscito a fermarlo  in un preciso momento della tua vita, e lo sogni ancora libero da impegni e da affanni con una speranza di ritorno a casa la sera successiva; ma ti accorgi anche che lo specchio dov'è riflessa la tua immagine è, invece, una galleria infinita di specchi che riflettono situazioni sempre più capovolte una rispetto all'altra anche se poi alle fine sono identiche, ma risultano collocate a distanze sempre maggiori l'una dall'altra senza possibilità di passare dall'ultima immagine alla prima con l'aprire od il socchiudere di una porta.

Ti rimangono così in cuore gli ultimi flash di un viaggio non recente con la visione di quel corteo di vecchie con in testa le "quartare" (*) piene d'acqua: fantasmi ondeggianti che si inerpicano sui fianchi della montagna e che spariscono poi negli anfratti coperti da siepi di more e biancospini, dove i merli nidificano ancora  e le serpi continuano a portar via le uova dell'ultima nidiata.

Immagini di donne uguali a quelle di quarant'anni prima, sempre immutabili nei loro veli neri per un parente morto o ucciso per sbaglio.

Ed ai ricordi si aggiunge la consapevolezza che in questi posti, purtroppo, la storia sembra essere immutabile: la gente continua sempre, ancora oggi, a piangere per qualcuno o per qualcosa.

                                                                                                    

                                                                                                            Santoro Salvatore Armando

                (Campo Tizzoro 15.4.1998)

 (*) - Otri di argilla

           

 

 

UNA MANCIATA DI CAREZZE

 

 

Dopo tanti anni di assenza ritornai nella mia città.

Mio padre quando era andato in pensione si era trasferito in Puglia nel suo paese di origine. Mia madre l’aveva dovuto seguire ma non con troppo entusiasmo, anche perché era molto legata alla casa dove era nata ed a tutti i ricordi d'infanzia ed agli effetti che essa rappresentava.

Dopo la morte di mia madre la casa era stata venduta e, quindi, le occasioni di ritornare nella mia città si erano ridotte a zero.

E poi a fare cosa? Quando una persona si trasferisce ad oltre 1200 chilometri dalla terra dove è nato con il tempo dimentica ogni cosa; appena rimane l'affezione, una piccolissima radice che di tanto in tanto ti fornisce un po' di linfa che alimenta i ricordi di una fanciullezza spensierata anche se vissuta in un periodo non certamente facile come quello dell'immediato dopo guerra con la battaglia giornaliera per la sopravvivenza.

Tornare a Reggio, rivedere la mia casa senza più mia madre, sapere che quelle stanze, dove avevano vissuto anche i miei nonni ed i miei zii, adesso erano abitate da gente estranea ed insensibile ai miei sentimenti, era una cosa insopportabile e, pertanto, avevo rinunciato per lunghi anni a  non più rivederla; preferivo così  sentirla ancora mia perlomeno nella memoria.

Eppure la città dove ero nato l’avevo sempre amata intensamente. Ma tutte le volte che vi ero arrivato, il degrado urbano a cui avevo assistito, le difficoltà di circolazione e l'immensa confusione che la pervadevano, ed alla quale non ero più abituato, mi davano un senso di profonda oppressione ed un bisogno, quasi immediato, dopo poche ore che ero sceso dal treno, di ritornarmene da dove ero arrivato. 

Preferivo restarmene lontano e sognarmela così come l'avevo lasciata tanti anni prima, con le strade ordinate e pulite e con le donne del mio rione che tutte le mattine rassettavano e lavavano abbondantemente le corti antistanti le loro abitazioni dove, per godere della frescura nelle serate estive, sedevano e pettegolavano sugli avvenimenti della giornata e sui fatti del rione.

E così preferivo ricordarmi la mia casa, con la sua vista un tempo totale sullo Stretto di Messina, e mi rivedevo bambino, con un piccolo binocolo da teatro, osservare le navi solcare il mare davanti l'Etna innevata, o fumante per le periodiche eruzioni, e li seguivo fino alla loro scomparsa al di là dello stretto oltre la punta di Ganzirri.

Ma dopo tanti anni eccomi ancora qui, ancora una volta a riprovare la solita delusione di ritrovare una città sempre più degradata, assalito dalla voglia di ritornarmene via al più presto possibile da dove ero arrivato.

“Non so se ritornerò ancora - pensavo dentro di me - può darsi che questa volta sia davvero l’ultima”.

Questa convinzione mi aiutava a reprimere il disgusto che mi pervadeva. Il mio viaggio voleva essere un ritorno nel passato, un tentativo ultimo di ricostruzione di tanti ricordi che periodicamente mi ritornavano alla mente anche se i volti che incontravo per strada appartenevano a persone sconosciute che non mi ricordavano più nulla.

Solo passeggiando per i viali del cimitero, dove mi sono recato per ricercare le immagini di persone ormai abissalmente lontane dalla mia memoria, spero di ritrovare elementi che mi possano aiutare a ricostruire i miei ricordi di infanzia. Una necessità avvertita a livello inconscio forse per ritrovare attimi di vita dimenticata attraverso i volti dei morti che mi guardano dalle lapidi, incorniciati di fiori e di lumini accesi.

Un bisogno strano a sessant'anni, ma forse la consapevolezza che la morte può arrivare d'un tratto senza aver tentato di ricostruire per un attimo le radici perdute. Una esigenza indicibile di riscoprire affetti persi, ignoti a coloro che vivono la realtà quotidiana senza porsi tante domande. Una necessità di risentirmi attorniato da un mondo di personaggi che d'un tratto mi ritornano vivi, con tutti i ricordi che conservo nel cuore, che mi riportano indietro nel tempo come se dalla mia città non mi fossi mai allontanato. Una possibilità di ritrovare gli antichi valori, i forti legami di solidarietà che univano tanta gente, che non si  sentiva mai sola e che sapeva, nei momenti di difficoltà e di bisogno, di poter contare sempre su qualcuno. Ed era anche un legame che univa tanti al rispetto delle cose belle che avevamo intorno a noi, rispetto che oggi, invece, è stato completamente cancellato.

Il cimitero è oggi immenso se rapportato alla vastità che avvertivo attorno a me  quelle volte che da bambino andavo con mia madre a deporre i fiori sulla tomba di mio nonno, di cui conservo ormai un vago e lontano ricordo.

Vedo affacciate alle lapidi visi mai conosciuti, tanti a dire il vero e forse tanti altri dimenticati. Ma lentamente le immagini recuperano i vecchi contorni. Volti scomparsi nel silenzio del tempo improvvisamente ritornano come diapositive proiettate sullo schermo della memoria e mi ritrovo tra loro, nelle tante serate delle vacanze scolastiche natalizie,  a giocare interminabili partite a carte attorno ad un tavolo pieno di ragazzi vocianti e rumorosi.

Provo un batticuore strano e quei volti, sembrano fissarmi intensamente e sembra vogliano dirmi qualcosa. Li immagino  tutti allineati, quasi giudici a rimproverarmi d'averli abbandonati, di averli ignorati per tanti anni e d'essere andato a fare altrove le cose che era necessario che io avessi fatto per la mia città.

Mi sento inseguito da quegli sguardi mentre affretto il passo tra le lapide e mi sembra che quegli sguardi d'un tratto non siano più sorridenti, ma torvi e minacciosi.

Vivo una situazione di insicurezza ed un  disagio immenso mi opprime.

Ma d'un tratto su una di quelle lapidi vedo un volto che mi sembra di ricordare. Poi leggo un nome che mi fa dare un balzo al cuore: Cucinotta Paolo. .

D’un colpo mi ritrovo seduto sui banchi di una scuola elementare attorniato da tanti ragazzi chiassosi. E rivedo il mio vecchio maestro, che adesso mi sorride dalla lapide. Non mi sembra cambiato. Sempre con la sua calvizie incipiente, sempre con quel sorriso di eterno bambino soddisfatto.

  generazioni di giovani".

                                                                                                     Santoro Salvatore Armando

                                                                                     (San Marcello Pistoiese 29 Aprile 1998)

 

 

 

 

 

 

LE STREGHE DELL’ORSIGNA

 

Raccontavano un tempo le nonne ai propri nipotini, seduti la sera davanti ad un ciocco scoppiettante nel caminetto, che nella valle dell’Orsigna, sulla montagna Pistoiese, c’era un ritrovo di streghe che, periodicamente, si davano appuntamento per festeggiare qualche occasione particolare.

Quelle streghe erano molto cattive e la leggenda dice che se qualche abitante della zona le avesse guardate in volto sarebbe morto. Per evitare questa brutta fine occorreva non guardarle mai in viso se per caso capitassero sul proprio cammino.

La leggenda aggiungeva anche che queste streghe, nel corso di questi incontri, avevano l’abitudine di raccontare tutti gli avvenimenti di cui erano state testimoni o protagoniste e, sovente, per farsi dispetto l’una con l’altra, raccontano anche dove fossero nascosti i tesori che nel passato i briganti avevano seppellito nei boschi e che qualcuna di loro aveva ritrovato e nascosto da un’altra parte.

 Esse non sapevano cosa farsene dell’oro e dei gioielli, ma possederli dava loro un tocco di importanza che indispettiva le altre che ne erano sprovviste.

Così a volte era capitato in passato che qualche boscaiolo, che si recava nelle macchie per preparare i cumuli per fare il carbone ed era rimasto addormentato nel bosco, aveva ascoltato i loro discorsi e, prima che queste potessero andare a trovare un nuovo nascondiglio, era riuscito ad individuare il posto dove era stato nascosto un tesoro e lo recuperava arricchendosi con tutta la famiglia.

Ma sulla Montagna Pistoiese non c’erano solo le streghe. C’erano anche delle fate buone e soprattutto c’erano gli Elfi che contrastavano i cattivi poteri delle streghe e le loro magie neutralizzando il malocchio che le streghe buttavano sulle persone.

“Occorre portare sempre in tasca alcune ghiande - diceva la nonna ai nipotini - ma non bisogna mai romperle. Le ghiande hanno infatti il potere di annullare i sortilegi di queste creature e se si riesce a colpire una strega con una di esse allora la ghianda si apre e fa apparire una fata buona che  butta addosso alle streghe una polverina incantata che produce una intensa luce che le fa svanire nel nulla”.

La gente del posto, però, non aveva mai visto le streghe e un contadino che affermava di averle viste e guardate in faccia ebbe un incidente, è vero, ma la colpa era certamente sua e non delle streghe perchè all’età di 92 anni si era arrampicato su un albero per raccogliere delle ciliege ed era caduto rompendosi l’osso del collo. Se non l’avesse fatto, forse, ancora oggi sarebbe in giro per il paese, con il suo bastone, a raccontare le sue storie strampalate.

Ma Cecco, un ragazzo del posto che conosceva ogni sentiero della montagna intorno all’Orsigna e che non aveva paura di nulla, un giorno decise di andare a caccia di streghe, anche per cogliere qualche loro segreto,  e giurò che se ne avesse vista qualcuna l’avrebbe rinchiusa in un sacco. Attese quindi una serata serena di plenilunio in modo da garantirsi un sufficiente chiarore sul sentiero che avrebbe dovuto percorrere sia all’andata e sia per il ritorno.

“Le streghe – raccontava la nonna- per fare le loro magie hanno bisogno di tante cose, ma la base principale dei loro intrugli sono i denti e le code del coniglio”.

Cecco tutte le volte che la mamma cucinava un coniglio metteva da parte, a pranzo, le mandibole con tutti i denti. Le code, invece, le recuperava dal sacchetto dove venivano deposte la pelle e le parti inutilizzati del coniglio. Come gli aveva insegnato il nonno le aveva messe ad asciugare al sole cospargendole di sale, per non farle marcire, e poi le nascondeva in cantina insieme alle mandibole con i denti.

Purtroppo le streghe, essendo molto vecchie ed avendo perduto la loro agilità da un pezzo, non riescono a catturare i coniglietti selvatici che si aggirano per i boschi. Questi, poi, conoscono le strane abitudine di quelle vecchie cattive ed appena le sentono arrivare scappano via velocemente a nascondersi nelle loro tane tra le rocce o sotto i tronchi degli alberi.

D’altro canto queste non possano andare nei negozi a comprarsi gli elementi che servono per preparare le loro misture, anche perchè la gente per tenerle distanti appende uno spicchio d’aglio all’ingresso delle case e dei negozi e questo stratagemma ha il potere di impedire alle streghe di entrarvi.

Cecco, quindi, attese il plenilunio e in un tardo pomeriggio partì con una sacco sulle spalle, dove aveva nascosto, oltre ad una lanterna, per non rischiare di restare al buio nel sottobosco quando il sole sarebbe tramontato, anche le mandibole con i denti e le code del coniglio e poi si era inoltrato nel bosco.

Nei giorni precedenti, però, aveva costruito un capanno tra i castagni, di fronte ad una radura dove i locali sostenevano si radunassero le streghe per le loro feste, posto a qualche chilometro dall’abitato dell’Orsigna e lo aveva ricoperto di foglie in modo da mimetizzarlo e non farlo vedere da eventuali boscaioli che fossero capitati nei dintorni. Mentre lo costruiva aveva lasciato degli spioncini tra un tronco e l’altro in modo da poter spiare dall’interno cosa avvenisse all’esterno senza farsi scoprire. Proprio in corrispondenza di uno di queste aperture aveva scavato una buca profonda circa mezzo metro, vi aveva adagiata una robusta rete e poi aveva nascosto il tutto deponendo sopra delle frasche e della terra in modo che nessuno potesse accorgersi della trappola capitandoci vicino. La rete era stata fissata ad un robusto tronco e l’estremità della corda che la sorreggeva, e che all’occorrenza poteva chiudere la rete, l’aveva fatta scorrere tra i rami e calata nel capanno in modo da poter essere agevolmente manovrata dall’interno.

Inoltre, per maggiore tranquillità, aveva appeso proprio sulla porta d’ingresso un bella ghirlanda di agli che, in caso di pericolo, avrebbe impedito alle streghe di poter entrare nel capanno. Infine, aveva anche messo in tasca una manciata di ghiande così avrebbe potuto difendersi facendo sparire le streghe nel caso queste lo avessero aggredito.

Era già passata qualche ora ed il sole se ne era andato da qualche minuto. La radura non era ancora piombata nel buio perchè la luce filtrava ancora tra i rami e così Cecco riusciva a vedere intorno a se un buon tratto di bosco.

Quando le ombre cominciarono ad invadere la radura Cecco si sedette in una posizione tale da poter essere visto anche da lontano, tirò fuori dal sacco le mandibole e le code del coniglio e li depose allineati su un tronco che aveva disposto proprio dietro la buca che aveva scavato e dove aveva nascosto la rete della sua trappola, e rimase in attesa.

Intanto era sorta la luna che aveva illuminato la radura. Cecco ogni tanto emetteva intenzionalmente dei colpetti di tosse per scoprire la sua presenza e con indifferenza rigirava sul tronco le code e le mandibole di coniglio in modo che le streghe potessero vederle.

Dopo circa mezzora intravide alcune ombre, che i raggi lunari che filtravano tra i rami ogni tanto scoprivano, che stavano avvicinandosi. Si era collocato in una posizione favorevole in modo che l’ombra di un tronco colpendolo sul viso gli impedisse di essere abbagliato dai raggi della luna. Con questo sistema riusciva anche a guardare con la coda dell’occhio in giro e dava la certezza, all’eventuale osservatore in arrivo, di non essere stato scoperto.

 Quelle ombre che si muovevano furtive per la radura, però, gli aveva messo addosso un po’ di paura. E’ vero che era un ragazzo coraggioso, ma era sempre un ragazzo. E poi certi racconti, ampliati dalla fantasia popolare ed ingigantiti dalle storie delle disgrazie che capitavano a chi guardava le streghe in volto, contribuivano a creare nel suo cervello quell’incoscio timore del soprannaturale che pervade le persone soprattutto quando sono sole e per di più nel buio di un bosco lontano dai centri abitati.

Ma non si scoraggiò. Anzi cercò di farsi coraggio anche perché nessuno aveva mai detto che le streghe avessero aggredito qualcuno e, soprattutto, che avessero fatto paura alla gente parandosi improvvisamente davanti. Anzi quasi tutti i vecchi ammettevano che le streghe avessero paura a farsi scoprire. Pertanto si tranquillizzò e cercò di mantenere la calma per concentrarsi sull’azione che aveva in testa di compiere.

Quando fu sicuro che le streghe avessero notato gli oggetti esposti sul tronco Cecco prese il sacco e si allontanò dalla radura. Fece un giro per dare l’impressione che andasse via, ma appena giù da un grotto, che celava la radura stessa, a gattoni ritornò sui suoi passi e s’infilò nel capanno. Poi si avvicinò allo spioncino e cominciò ad osservare quello che avveniva intorno.

Non dovette aspettare molto che già le streghe erano apparse al bordo della radura. Erano soltanto in cinque ed una di queste ragionava a voce alta e sembrava arrabbiata con la compagna che aveva a fianco per via di certi segreti rivelati da un’altra strega. Cecco capì che quella strega aveva sottratto un tesoro e l’aveva nascosto in un nascondiglio che solo lei conosceva.

E fu proprio questa strega che s’accorse dei denti e delle code del coniglio esposti sul tronco. Urlando di gioia si precipitò in quella direzione, ma non sapendo mantenere il segreto aveva già urlato alle altre cosa vi fosse esposto su quel tronco. Fu una corsa folle per impossessarsi di quei beni per loro essenziali. Ma la strega che per prima aveva visto i denti e le code del coniglio era avvantaggiata perchè era più vicina al tronco, ma non fece in tempo ad impossessarsi di quei prodotti che la terra le mancò sotto i piedi e si ritrovò presa dalla rete che Cecco aveva prontamente tirato serrandola ben stretta al suo interno. Questa si dimenava come una forsennata, ma Cecco aveva usato una rete con delle grosse corde e non era facile allentarle se non tagliandole con un grosso coltello.

Le altre streghe cercavano di liberare l’amica, ma in quella confusione Cecco uscì dal suo nascondiglio e cominciò a colpire con le ghiande le quattro streghe che si affannavano attorno alla rete.

Una luce improvvisa ed accecante illuminò il piazzale. Cecco si accorse che qualcosa di bianco e lucente colpisse le streghe e quando quella luce si dileguò delle quattro streghe non c’era più alcuna traccia, ma quella chiusa nella rete, e che Cecco volutamente aveva evitato di colpire continuava impotente ad agitarsi nella sua trappola. Infatti lui aveva utilizzato quattro ghiande apposta per questo. Fra l’altro tutte non le avrebbe potute catturare. Lui ne voleva solo una, e soprattutto questa che avrebbe potuto svelargli il segreto di cui era a conoscenza, ed era riuscito nel suo intento.

La strega continuava a dimenarsi lanciando delle maledizioni tremende in direzione di Cecco, che non si scompose più di tanto. Anzi ad un certo punto indispettito tirò fuori dalla tasca una ghianda e le urlò che se non la smetteva di agitarsi gliel’avrebbe tirata addosso.

Bisognava vedere la paura di quella vecchiaccia. Tremava tutta e così facendo la dentiera gli batteva tra i denti facendo uno strano rumore simile a quello che la mamma di Cecco generava quando tritava gli odori sul tagliere quando doveva preparare il sugo.

“Per carità - urlava - non lo fare; ti darò tutto quello che vuoi”.

Ma Cecco fingendosi ancora più arrabbiato gli lanciò contro la ghianda ma fece in modo che questa si perdesse nel bosco.

Dovreste vedere la strega che paura si prese quando la ghianda la sfiorò di poco sopra la testa. Cominciò a piangere e giurare che se l’avesse liberata gli avrebbe rivelato il posto dove aveva nascosto il tesoro che aveva sottratto alla sua compagna.

Cecco però non si fidava.

“Se vuoi che ti liberi - le disse - prima devi indicarmi dov’è nascosto il tesoro. Io andrò, poi, a controllare che tu non mi abbia raccontato una bugia e se esiste davvero allora io ritornerò a liberarti”

La strega, non avendo altra scelta, malvolentieri fu costretta a svelare il nascondiglio dove aveva nascosto quel tesoro spiegandogli che era celato appena fuori dal suo paese sotto alcuni massi proprio sotto il ponte che attraversa il torrente Orsigna.

Cecco andò nel capanno, prese la corona dell’aglio che aveva messo dietro la porta e per essere sicuro che altre amiche della strega non venissero a liberarla depose tutto intorno alla rete dov’era intrappolata la malcapitata un cerchio di spicchi d’aglio.

Poi di corsa andò a vedere se il racconto della strega corrispondesse a verità.

Ritornò qualche ora più tardi. La strega era sempre lì, appesa come una mortadella, ma stanca ed avvilita si era addormentata.

Andò all’interno e sciolse la corda, e depose lentamente a terra la rete che si aprì e la strega sortì da quella scomoda posizione.

Appena si accorse che era libera cominciò nuovamente ad inveire contro Cecco e gli lanciava tutte le maledizione di questo mondo. Ma questi ridendo tirò fuori dalla tasca una ghianda e fece finta di scagliargliela contro.

La strega, allora, urlando per la paura scappò in gran fretta e scomparve nel bosco.

Mentre si addentrava nella boscaglia gli arrivò un gran vociare di vecchie che imprecavano e litigavano. Si voltò indietro e comprese che la strega aveva ritrovato le sue colleghe che non erano state polverizzate ma solo accecate dalla potente luce che le fate buone avevano generato con la loro magia.

Comprese, quindi, che le fate buone, appunto perchè erano tali, non potevano fare del male neppure alle persone cattive ma creando quella luce le avevano abbagliate ed impaurite impedendo loro di vedere cosa stesse succedendo intorno e dando loro l’impressione che fossero state colpite dalla luce del sole, che per loro è una fonte di energia negativa che potrebbe liquefarle qualora ne fossero state esposte per un certo tempo, costringendole a fuggir via terrorizzate.

Cecco ritorno di gran corsa a casa e raccontò la fortuna che gli era capitata.

In un primo momento il padre voleva picchiarlo, ma poi si fece convincere e dopo aver caricato dei sacchi ed alcuni badili sull’asino si recarono in gran fretta sotto il ponte dell’Orsigna e nel posto indicato dalla strega scoprirono un forziere pieno di ducati d’oro.

Con il cuore colmo di gioia caricarono tutto sull’asino ed in gran segreto ritornarono a casa.

Nei giorni successivi nessuno più vide in giro per il paese Cecco e la sua famiglia. La stessa notte avevano abbandonato la montagna e si erano diretti a Prato, presso dei loro parenti, dove arrivarono all’alba.

 Dopo qualche tempo, con il ricavato della vendita dei marenghi d’oro, acquistarono una azienda nella periferia di Prato e cominciarono a lavorare la lana, come era abitudine di altre famiglie della zona.

All’Orsigna si sparse la voce che forse Cecco e la sua famiglia avessero incontrato le streghe, le avessero guardate in volto e fossero morti, forse precipitando in uno dei tanti burroni esistenti in quella località tra i boschi.

 Ma nei mesi seguenti, periodicamente, una persona distinta, con barba e baffi arrivava all’Orsigna con una carrozza nera trainata da quattro cavalli bianchissimi con i finimenti luccicanti, si avvicinava alla vecchia casa di Cecco ormai in rovina, perchè tutti avevano paura di entrarvi dentro, e dopo averla osservata lungamente se ne ritornava da dove era venuto.

Qualche abitante del paese che aveva osato avvicinarsi alla carrozza affermò di aver visto delle lacrime brillare negli occhi di quello strano visitatore, ma nessuno aveva riconosciuto in quella persona elegante Cecco che, spinto dalla nostalgia, ogni tanto ritornava alla sua vecchia casa per rivederla e ricordare a se stesso le sue origini e la sua miseria prima che quella strega gli avesse fatto scoprire quel tesoro che, poi, avrebbe permesso a lui ed alla sua famiglia di arricchirsi e di vivere felice e contento per il resto dei suoi giorni.

                                                                                                         (San Marcello Pistoiese 12/03/2000 22.37)

 

 

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