Valerio Magrelli

 

Ora serrata retinae Diffamazioni

Lettera sull'invasione dei dinosauri

L'abbraccio

Ero su un letto di ambulatorio

Conficcata nel muro della memoria

Eppure la stanchezza

 

"Ora serrata retinae"

 

Preferisco venire dal silenzio
per parlare. Preparare la parola
con cura, perché arrivi alla sua sponda
scivolando sommessa come una barca,
mentre la scia del pensiero
ne disegna la curva.
La scrittura è una morte serena:
il mondo diventato luminoso si allarga
e brucia per sempre un suo angolo.

 
***
Il sesso apre vertigini
nel corpo della donna
e lo sguardo si accalca
tra le sue ombre
e ne soffre il pensiero.
Il desiderio è questo
fruttificare della commozione
al limitare delle membra.

 
***
Come terreno calpestato, risuona
profondo, cavo e abbandonato
come terra scossa,
questo corpo chiaro di dona,
come un animale battuto, questa schiena
fatta lucida da mani silenziose,
come pietra levigata
dal corso d'altre pietre,
senza profumo e senza voce,
bocca consumata e debole
come una pianta troppo usata,
senza ombra, ovunque toccata,
ovunque percossa, campo desolato
senza erba e senza tracce, senza margini
come la dolorosa immagine del cieco,
nuda e sospesa, raccolta
nel cerchio della solitudine,
questo è l'ultimo frutto dell'amore
che per sè trattiene soltanto
la disabitata povertà dell'osso.

 
***
Domani mattina mi farò una doccia
nient'altro è certo che questo.
Un futuro d'acqua e di talco
in cui non succederà nulla e nessuno
busserà a questa porta. Il fiume
obliquo correrà tra i vapori ed io
come un eremita siederò
sotto la pioggia tiepida,
ma nè miraggi nè tentazioni
traverseranno lo specchio opaco.
Immobile e silenzioso, percorso
da infiniti ruscelli,
starò nella corrente
come un tronco o un cavallo morto,
e finirò incagliato nei pensieri
lungo il delta solitario dello spirito
intricato come il sesso di una donna.

 
***
Dieci poesie scritte in un mese
non è molto anche se questa
sarebbe l'undicesima.
Neanche i temi poi sono diversi
anzi c'è un solo tema
e ha per tema il tema, come adesso.
Questo per dire quanto
resta di qua della pagina
e bussa e non può entrare,
e non deve. La scrittura
non è specchio, piuttosto
il vetro zigrinato delle docce,
dove il corpo si sgretola
e solo la sua ombra traspare
incerta ma reale.
E non si riconosce chi si lava
ma soltanto il suo gesto.
Perciò che importa
vedere dietro la filigrana,
se io sono il falsario
e solo la filigrana è il mio lavoro.

 

 

 

 

Diffamazioni

A Pierpaolo Pasolini

Avrebbe minacciato un benzinaio
Con la pistola carica
di un proiettile d'oro.
Cineasta e poeta, orafo e orco!
Ma cosa contestare a quest'accusa,
l'arma o la sua pallottola?
Cosa rivendicare,
Santa Romana Chiesa o l'usignolo?
Quel colpo mai sparato
traversa la sua opera
piegandola ad un duplice ossimòro,
fantastico fantasma
di violenza e pietà,
di sangue e alloro.

 

 

 

Lettera sull'invasione dei dinosauri

Quali linee ci uniscono a questo Walhalla zoomorfo
che attraversa le ere per sbocciare tra i giochi dei bambini,
con i suoi eroi prostrati, abnormi, corazzati da coltri
epiteliali, propaggini ortopediche, appendici caudali?
Bestie, ma nulla di bestiale resta
negli occhi dove passa disarmata la pena
di una specie destinata all'estinzione.
Il grande silenzio del sangue
pesa su questi orfani del futuro
e li fa tristi animali da congedo,
belve della malinconia, creature agoniche.
Dietro la loro fissità di totem
la goccia nera dello sguardo reca
una stremata dolcezza liminare,
una passiva potenza inesplicata,
una violenza senza genealogia.
E dunque non ruggire, Tyrannosaurus Rex, ma lascia,
fra il pietrame della corteccia cerebrale,
sul ticchettante châssis della gabbia toracica,
dall'albero frondoso e ventilato del tuo sistema nervoso centrale,
lascia brillare inerme la pupilla
lontana e irrevocata dell'infanzia.

 

 

 

L'abbraccio

Tu dormi accanto a me così io mi inchino
e accostato al tuo viso prendo sonno
come fa lo stoppino
da uno stoppino che gli passa il fuoco.
E i due lumini stanno
mentre la fiamma passa e il sonno fila.
Ma mentre fila vibra
la caldaia nelle cantine.
Laggiù si brucia una natura fossile,
là in fondo arde la Preistoria, morte
torbe sommerse, fermentate,
avvampano nel mio termosifone.
In una buia aureola di petrolio
la cameretta è un nido riscaldato
da depositi organici, da roghi, da liquami.
E noi, stoppini, siamo le due lingue
di quell'unica torcia paleozoica.

 

"Ero su un letto di ambulatorio"

Ero su un letto di ambulatorio,
nascosto dietro un paravento.
"Antigone", "Sì", "Sei qui?", "Sì, qui".
Le vertebre, le vertebre.
E iniziano a discorrere tra loro,
due vecchi, due voci di vecchi.
Perché una voce invecchia,
anche nel suono sta l'osso del tempo
anche nel fiato. Soffiavano, e c'era
dentro un'eco di se stessa,
un'eco che precedeva la pronuncia.
Qualcosa di scassato, il midollo
sfilato dalla spina dorsale e
sguainato come una spada luccicante
voce-carcassa
vertebra della voce.
 

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Eppure la stanchezza, simile in questo
ad una vela pesante, si riempie
alla fine del giorno,
di tutto il vento trascorso
e lentamente muove
i miei pensieri nella sera.
Così il silenzioso soffio della mente
e del sonno, disincaglia
il corpo dalla luce.
Io m’addormento in questo scafo azzurro
e già le lenzuola accarezzano l’acqua,
e già la riva è lontana.
Nella notte si curva e s’ingravida
la bianca superficie della pagina.

 

Ho perso un’idea, dimenticata.
Chino sul lento corso del fiume
non ho saputo trattenere il ramo intagliato
che la corrente trascinava con sé
da paesi tumulati alla sorgente del pensiero.
Popoli silenziosi li abitano
e affidano all’acqua per un dolente rito,
le loro divinità. Così io,
come un pescatore d’immagini,
sosto sulle rive e raccolgo
questi inattesi e assorti frutti
che lentamente maturano dal cuore del gorgo.

 

Scrivendo sdraiato
di sera spesso capita
che la penna, stordita
dal candore delle pagine,
l’abbandoni, per entrare
tra le onde calde del cuscino.
Si perdono così le parole nel letto:

 

la carta è una chitarra senza corde.
Passeggiando nel giardino del sonno
s’ingrossa il filo del pensiero
e dopo aver traversato le lenzuola
s’affaccia ubriaco sul foglio silenzioso.
Ma questa spiaggia è paziente
e nel suo arco dolcemente si depositano
tutti i resti che il mare non ingoia.
Allora incarto il legno fradicio,
i copertoni gonfi, le bottiglie,
per stendere con cura
il diligente elenco dei miei beni.

 

Non trovo nessun sasso da buttare
in questo lago. Certo di notte
è più difficile cercare sulla spiaggia
ma tutto il resto del giorno
trascorre a pesca o a spasso:
e solo adesso ricevo quiete.
Perciò alla fine è bello far fiorire
nel buio cerchi liquidi,
vederli scomparire accordando
in silenzio il loro ritmo:
immaginare la lenta discesa
della pietra sul fondo
fino a depositarsi tra le alghe
come una foglia, o come una parola
abbandonata nell’acqua.

Conficcata nel muro della memoria è questa testa.
Una pietra che sporge e butta
lontano la sua ombra scabra.
La bianca superficie del ricordo
ne è colpita e addolorata.
Pure quel volto ne è il nodo,
l’ombelico, il seme (ed è la triste
certezza del segno del centro,
del cuore). L’orma
che cancella il silenzio e vi disegna
un gesto sereno.

La parola non è cosa.
Può soltanto narrare
il suo paziente tragitto e illuminarsi.
Ricche sono le sue terre, le sue stagioni,
ma essa le percorre, e le abbandona,
perché alla fine
il suo ultimo suono è nell’aria.
 

 

 

 

 

 

 

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