Valerio Magrelli è nato a Roma nel 1957. Laureato in Filosofia all'Università di Roma, insegna Lingua e Letteratutra Francese all'Università di Pisa. Dopo aver diretto per alcuni anni la Collana di poesia Guanda, dirige attualmente per le edizioni Einaudi, la serie trilingue della Collana Scrittori tradotti da scrittori. Collabora alle pagine culturali de Il Messaggero, de L'Unità e di Diario. Scrive settimanalmente su Avvenire (il giovedì). Ha pubblicato tre raccolte di versi: Ora serrata retinae (Feltrinelli, 1980); Nature e Venature (Mondadori, 1987); Esercizi di tipologia (Mondadori, 1992), riunite in un unico volume, dal titolo Poesie e altre poesie (Einaudi, 1996). Tra i suoi lavori critici, lo studio Profilo del Dada (Lucarini, 1990) e la monografia La casa del pensiero, Introduzione all'opera di Joseph Joubert (Pacini, 1995). E' autore dell'antologia , Poeti francesi del Novecento (Lucarini, 1991), oltre che di alcune traduzioni da Valéry, Mallarmé, Debussy, Verlaine.
| Ora serrata retinae | Diffamazioni |
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"Ora serrata retinae"
Preferisco venire dal silenzio
per parlare. Preparare la parola con cura, perché arrivi alla sua sponda scivolando sommessa come una barca, mentre la scia del pensiero ne disegna la curva. La scrittura è una morte serena: il mondo diventato luminoso si allarga e brucia per sempre un suo angolo.
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Il sesso apre vertigini
nel corpo della donna e lo sguardo si accalca tra le sue ombre e ne soffre il pensiero. Il desiderio è questo fruttificare della commozione al limitare delle membra.
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Come terreno calpestato, risuona
profondo, cavo e abbandonato come terra scossa, questo corpo chiaro di dona, come un animale battuto, questa schiena fatta lucida da mani silenziose, come pietra levigata dal corso d'altre pietre, senza profumo e senza voce, bocca consumata e debole come una pianta troppo usata, senza ombra, ovunque toccata, ovunque percossa, campo desolato senza erba e senza tracce, senza margini come la dolorosa immagine del cieco, nuda e sospesa, raccolta nel cerchio della solitudine, questo è l'ultimo frutto dell'amore che per sè trattiene soltanto la disabitata povertà dell'osso.
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Domani mattina mi farò una doccia
nient'altro è certo che questo. Un futuro d'acqua e di talco in cui non succederà nulla e nessuno busserà a questa porta. Il fiume obliquo correrà tra i vapori ed io come un eremita siederò sotto la pioggia tiepida, ma nè miraggi nè tentazioni traverseranno lo specchio opaco. Immobile e silenzioso, percorso da infiniti ruscelli, starò nella corrente come un tronco o un cavallo morto, e finirò incagliato nei pensieri lungo il delta solitario dello spirito intricato come il sesso di una donna.
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Dieci poesie scritte in un mese
non è molto anche se questa sarebbe l'undicesima. Neanche i temi poi sono diversi anzi c'è un solo tema e ha per tema il tema, come adesso. Questo per dire quanto resta di qua della pagina e bussa e non può entrare, e non deve. La scrittura non è specchio, piuttosto il vetro zigrinato delle docce, dove il corpo si sgretola e solo la sua ombra traspare incerta ma reale. E non si riconosce chi si lava ma soltanto il suo gesto. Perciò che importa vedere dietro la filigrana, se io sono il falsario e solo la filigrana è il mio lavoro.
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Diffamazioni A Pierpaolo Pasolini Avrebbe minacciato un benzinaio Con la pistola carica di un proiettile d'oro. Cineasta e poeta, orafo e orco! Ma cosa contestare a quest'accusa, l'arma o la sua pallottola? Cosa rivendicare, Santa Romana Chiesa o l'usignolo? Quel colpo mai sparato traversa la sua opera piegandola ad un duplice ossimòro, fantastico fantasma di violenza e pietà, di sangue e alloro.
Lettera sull'invasione dei dinosauri
L'abbraccio |
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"Ero su un letto di ambulatorio" Ero su un letto di ambulatorio, nascosto dietro un paravento. "Antigone", "Sì", "Sei qui?", "Sì, qui". Le vertebre, le vertebre. E iniziano a discorrere tra loro, due vecchi, due voci di vecchi. Perché una voce invecchia, anche nel suono sta l'osso del tempo anche nel fiato. Soffiavano, e c'era dentro un'eco di se stessa, un'eco che precedeva la pronuncia. Qualcosa di scassato, il midollo sfilato dalla spina dorsale e sguainato come una spada luccicante voce-carcassa vertebra della voce. ***************************** Eppure la
stanchezza, simile in questo
Ho perso un’idea, dimenticata.
Scrivendo sdraiato
la carta è una chitarra senza corde.
Non trovo nessun sasso da buttare |
Conficcata nel muro della
memoria è questa testa. Una pietra che sporge e butta lontano la sua ombra scabra. La bianca superficie del ricordo ne è colpita e addolorata. Pure quel volto ne è il nodo, l’ombelico, il seme (ed è la triste certezza del segno del centro, del cuore). L’orma che cancella il silenzio e vi disegna un gesto sereno. La parola non è
cosa.
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