| Il ladro di sogni | Nessuna pietà | Un giorno come un altro |
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Per chi non lo sapesse ancora, non c’è un’unica terra, ma ce ne sono due, così come ognuno di noi non è unico, ma ne esiste, spesso sconosciuto, un altro, di cui ignoriamo o preferiamo ignorare l’esistenza. Questa è la storia di uno dei tanti, o meglio di due in uno dei tanti. Il luogo ed il tempo non contano, perché ciò che importa è il personaggio, nel nostro caso il ragionier Tal dei Tali. Statura media, età media, occhi grigio medi, capelli di media lunghezza, insomma un perfetto sconosciuto come ci capita di vederne ogni giorno, senza che ci lasci traccia. Un volto normale, anonimo, un portamento elegante consone al lavoro svolto ed all’ambiente sociale a cui appartiene: potrei essere io, potreste essere voi. Il ragioniere sta andando al lavoro come ogni giorno, sempre alla stessa ora, identico il percorso, il traffico caotico, il ritardo. Una vita normalissima, sposato, due figli, una bella casa, un buon posto, uno stipendio più che dignitoso, insomma un tipico rappresentante del ceto medio. L’autoradio gracchia sempre le stesse cose: la politica, ormai insulsa, la cronaca nera, lo sport ed il nostro ragioniere ormai ne percepisce solo il suono. Ecco siamo arrivati al crocevia dei lavavetri, ignobili sozzoni che fingono di pulirti il parabrezza per avere in cambio qualche spicciolo; c’è da far battaglia perché non appoggino la spazzola sul vetro, magari rigandolo, di quell’auto nuova di cui val la pena di pavoneggiarsi. Non c’è il solito lercione, un ragazzotto che, anziché pulire i parabrezza, dovrebbe darsi una bella spugnata, consumando almeno un bel pezzo di sapone. Strano, perché era immancabile con la sua petulanza e la sua insolenza. C’è invece, al suo posto, una ragazzina smunta, con i capelli untuosi raccolti a trecce: evidentemente anche in quest’attività c’è il turn-over. Neppure l’avesse scommesso, nel momento di impegnare l’incrocio il semaforo passa al rosso. Piede sul freno, l’auto che slitta sull’asfalto bagnato, si gira e colpisce con violenza la lavavetri. “Porca miseria, ci mancava anche questa. Cosa aspettano a toglierli di mezzo!” Accorre gente, i vigili, tutti si affannano in una gara di falsa pietà per soccorrere la vittima ed il nostro ragioniere? Niente; resta seduto al suo posto e pensa “Un altro ritardo in ufficio, l’appuntamento con il cliente X mancato, le scocciature dei verbali, ma che ritornino al loro paese questa feccia dell’umanità..” I vigili lo invitano a scendere e, quasi scocciato, acconsente, ed è allora che la vede veramente, scorge quegli occhi neri che fissano il vuoto, nota la bocca aprirsi ed appena ode queste sbiascicate parole “ Non è colpa sua; non avrei dovuto star sull’incrocio.” Il ragioniere non sente più nulla, la ragazzina è svenuta e viene caricata sull’autoambulanza, sale anche lui, lascia tutto in mezzo all’incrocio, perché è accaduto qualche cosa di incredibile, una metamorfosi. E mentre a sirene spiegate il mezzo si allontana può scorgere evanescente, accanto all’auto, confusa fra la folla, la figura del ragionier Tal dei Tali. Possibile una cosa del genere? Si tocca le mani, si stropiccia gli occhi, guarda nel vetro opaco del finestrino riflesso il suo volto: tale e quale il ragionier Tal dei Tali, nessuna differenza. Le resta accanto, sempre, anche quando si addormenta sotto l’effetto dei sedativi; le bagna la fronte, le accarezza il viso e quando scendono le ombre della notte non si stacca ancora dal letto ed ascolta la ragazzina che, nel dormiveglia, parla, racconta i suoi sogni. Terre lontane, miseria inclemente, la mamma, il babbo, i fratellini lasciati laggiù, la speranza di portare a loro un minimo di aiuto, le guerre, fra poveri ed altri poveri, il desiderio di un ritorno alla propria casa, ai propri usi, alla propria vita, il sogno disperato di un essere disperato. Il ragioniere ascolta, gli occhi fissi ed umidi, un senso di disagio per il contrasto fra quel mondo ed il suo. Ed è tanto assorto che non si accorge che la ragazzina, dieci, forse dodici anni, si è risvegliata e lo osserva. “Scusami…” Si scuote dal suo torpore “Come?” “Scusami…” La stringe a sé, l’abbraccia, la bacia, mentre le lacrime gli rigano le guance. Ventiquattro ore dopo viene dimessa ed il ragioniere ritorna a casa. E’ cambiato, se ne sono accorti tutti in famiglia; non se la prende più con il governo, è diventato straordinariamente calmo ed è sempre assorto, come se la sua mente fosse altrove. Ogni mattina la cerca all’incrocio, ma non la trova; anche la sera al ritorno si guarda intorno invano: niente. Sono passati ormai diversi giorni dall’incidente e di lei si sono perse le tracce. La mente del ragioniere però è sempre là, in quel villaggio donde è venuta, in quel sogno del letto d’ospedale. E’ cambiato molto in ufficio: è diventato più comprensivo, ha perso la sua consueta irritabilità. “Vive come in sogno”, dicono di lui, oppure “E’ cambiato dopo l’incidente” Hanno ragione gli uni e gli altri, perché lui ha riscoperto la parte migliore di se stesso, quella linfa vitale inaridita dalle convenzioni. E’ bastato un niente: un incidente ed il furto di un sogno per diventare umano.
Spartacus
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Il nastro d’asfalto si avventava contro di me, mentre lo stridio delle gomme nelle curve mi rimbombava nelle orecchie. L’importante era correre, volare, lasciare dietro di me quel luogo ed arrivare al rifugio. Ogni tanto si sentivano dei suoni cupi provenire dal baule: era il verme che scalciava, ma l’avevo legato bene: quattro giri di corda, la bocca tappata con il nastro adesivo ed un bel cappuccio in testa. Ecco finalmente la baita, dove avevo trascorso tante ore gioiose con Lui, ricordi che ora mi torcevano lo stomaco, sogni, speranze, tutto ormai svanito. E quel che era rimasto era solo dolore e collera, un sentimento che emergeva da ogni parte di me, in un crescendo incontrastabile. Fermai l’auto e mi guardai intorno: non c’era nessuno e chi avrebbe potuto esserci in quell’umida giornata di novembre nei pressi di una baita a 1.500 metri d’altezza. Aprii il baule, mi caricai il corpo sulle spalle ed arrancando entrai. Scaricai il fagotto sull’assito di legno e mi asciugai il sudore che imperlava la fronte. Eccolo il verme dinnanzi a me, l’essere abominevole che, dopo averne abusato, aveva soppresso il mio bambino. Catturato dalla giustizia, liberato dalla giustizia per un cavillo legale, non sarebbe più potuto sfuggire alla mia giustizia. La sorte era stata decisa ancor prima della sua cattura, ma la morte sarebbe stata troppo poco: la sua doveva essere una lunga, estenuante agonia.. Gli tolsi il cappuccio e due occhi attoniti mi fissarono. Bene, molto bene, il verme ha paura e perciò l’esecuzione sarebbe stata più efficace. Pedofili li chiamano, bruti, violentatori, esseri infami, e non ci sono parole che possano descriverli e che permettano di spiegare la mia angoscia e l’odio che mi avvolgono. Il mio bimbo, così dolce, così innocente, ancora all’alba della vita, rapito, stuprato, seviziato ed infine strangolato! Ecco chi sono questi individui: esseri schifosi che si sentono forti con i deboli e che non possono tollerare l’innocenza. “Papà, che cos’è l’innocenza?” mi aveva domandato un giorno ed io gli avevo risposto, imbarazzato “ Fidarsi del prossimo.” E lui si era fidato del prossimo che me lo aveva ammazzato. “Tieni, delinquente, un calcio è appena l’antipasto!” Si alzò un gemito soffocato; gli strappai il nastro adesivo che gli chiudeva la bocca, perché lo volevo sentir bene urlare di dolore, implorarmi la pietà che non gli sarebbe mai stata riservata.. “Perché l’hai fatto, voglio sapere il perché; perché una ragione, un motivo ci deve pur essere.” “Non lo capiresti mai.” Gli mollai un altro calcio, questa volta in viso e vidi con soddisfazione la pelle rompersi e sanguinare. “Come puoi pensare di giudicarmi, come puoi sapere se io capirò, oppure no? Me lo devi dire, altrimenti sarà un calcio dopo l’altro” e per dar forza alla frase allungai con violenza il piede e questa volta la punta della scarpa colpì la bocca, spaccando il labbro inferiore. L’uomo non emise nemmeno un gemito, mi fissò negli occhi, sputò saliva mista a sangue ed infine. “Tuo figlio, od un altro era lo stesso, purchè giovane, con l’innocenza sul volto…” “Sei un porco, un maniaco sessuale, sarebbe da tagliartele…” “ Sì, c’è anche l’aspetto sessuale, ma è di riflesso, perché se proprio vuoi saperlo il massimo del piacere è il senso di onnipotenza, il sapere che puoi fare di quell’essere qualsiasi cosa, come adesso tu con me.” “Sei proprio pazzo a paragonarmi a te e questa motivazione non mi garba, non mi è sufficiente…” “Puoi torturarmi, continuare a scalciarmi, ma questa è l’unica e vera motivazione, e che tu ci creda o no è quella che muove il mondo; questa è la legge del più forte, quella praticata da tutti i potenti. Pensa alle guerre: quanta sete di potere si cela dietro di loro; eppure, un capo di stato che inizia una guerra non viene condannato, mentre uno come me viene punito. Non trovi che il mondo sia ingiusto?” “Ma sono cose completamente diverse…” “Dici? Non ne sarei così sicuro se fossi in te; là sono omicidi legalizzati, nel mio caso sono comportamenti vietati, ma le motivazioni sono le stesse per entrambi.” “Pazzesco; poco a poco sei tu che fai il processo a me.” “No, mi hai chiesto una spiegazione ed io te l’ho data, e ti assicuro che non ce ne sono altre. Se io sono colpevole, egualmente colpevoli sono tutti i potenti che soffocano i deboli.” “Di questo passo, insomma, nessuno sarebbe colpevole, perché secondo te questa violenza, questo desiderio di onnipotenza sarebbe innato nell’uomo…” “E’ così ed anche tu stai scoprendolo; nella tua vita non avresti mai pensato che il tuo lato oscuro emergesse e prendesse il sopravvento; ti senti forte con davanti uno più debole…” “Ma tu sei l’assassino, il mostro che ha ucciso mio figlio!” “Questo è stato l’elemento che ha fatto scoccare la scintilla, ti ha fatto scoprire il male che è in te.” “ E allora, nel tuo caso, qual è stato l’elemento, bastardo?” “Me lo vado ancora chiedendo e non sono ancora riuscito a darmi risposta; in me alberga da tempo immemorabile questa passione per i bimbi, questo desiderio di soggiogarli, di impormi a loro e non ti so spiegare la ragione di questa mania.” “Allora non sei pentito?” “Il pentimento è un’assurdità dell’uomo, è il mezzo per liberarsi dal rimorso e mettere in pace la propria coscienza. No, non sono pentito, ma non sono nemmeno soddisfatto; come dici tu sono un mostro, uno dei tanti mostri che si manifestano in tanti modi: c’è chi uccide, c’è chi sfrutta la povera gente, c’è chi illude inutilmente. Il mio vero problema, sai, è che sono un uomo senza amore, e non pensare solo al sentimento esistente fra un uomo ed una donna. L’amore è un concetto ben più complesso: tu amavi il tuo bambino, ami tua moglie, sei sicuro di amare l’umanità? Altro genere di amore, più grande che ben pochi hanno conosciuto: il donare se stessi senza chiedere nulla in cambio. Io non ne son capace, ma qualcuno c’è riuscito.” “E nemmeno mio figlio hai amato, almeno in un certo modo?”
“Vedi, il
desiderio sessuale è determinato unicamente dalla soddisfazione di disporre
di un essere, come più ti aggrada.” “No, anche nel tuo caso, se non c’è quel particolare amore così raro.” “Sono stanco di sentirti, basta!” “Fai quel che vuoi, sei tu l’onnipotente ora.” Mi sembrava di impazzire, con quei concetti così capovolti ed astrusi; come poteva pretendere di insegnarmi com’è la vita un uomo simile; no, non era possibile. Ma intanto la collera si era affievolita, l’odio cieco si era assopito e piano piano affiorava in me una pietà nascosta; quell’uomo, quell’assassino non era più uno sconosciuto, era un essere con tanti problemi che aveva bisogno di essere aiutato. Ero sconvolto per il male che gli avevo fatto, gli asciugai il sangue che ancora usciva dalle ferite, gli sciolsi i nodi, lo misi su una sedia e lo fissai negli occhi: “Promettimi che non lo farai più, che nessun altro essere soffrirà ancora per te.” “Non posso prometterti una cosa simile; non sono cambiato, sono sempre stato così.” “Volevo vendicarmi, ma non ce la faccio; mi ripugna, mi vergogno…” “Tu sei una gran brava persona, in te l’amore è più forte del male; potessi essere così pure io! Forse, un giorno…” “Vai via, corri, fuggi, sparisci dalla mia vita!” “Grazie, uomo” e fuggì lungo il viottolo di montagna. Da quel giorno non l’ho più rivisto, neppure in Tribunale durante il processo di appello che questa volta lo vedrà senz’altro riconosciuto colpevole, senza cavilli o quisquilie giuridiche. La mia giornata è sempre la stessa; di pomeriggio, verso sera, vado al cimitero, a trovare mio figlio. Gli parlo, mi sembra che sia lì che mi ascolti, ma è solo un sogno che il tempo non riuscirà mai a cancellare. Anche oggi vado, oggi che è il giorno prima della sentenza. Piove, anche se è primavera; imbocco il vialetto e mi fermo: sono passati dei mesi, ma non posso dimenticare quel volto. E’ lì, accanto alla tomba del mio bambino, e piange; sono singhiozzi convulsi che scuotono il suo corpo. Mi avvicino e si accorge di me. “Non ce la faccio più; povero bimbo, ma che cosa gli ho fatto!” “Sei pentito?” “Non so, ma vorrei che potesse tornare a vivere. E’ da giorni che mi si contorce lo stomaco, che mi rendo conto di quello che ho fatto.” “Ed allora perché, come mi ha riferito il mio avvocato, quando il giudice ti ha chiesto se eri pentito hai detto di no?” Si asciuga le lacrime, s’incammina lentamente verso l’uscita e mi mormora “Non c’è colpa senza condanna. Nessuna pietà: è giusto.”
Spartacus
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Si volse per andarsene, allorché il Semproni
parve ricordarsi di qualche cosa e gli allungò, quasi gettandogliela
addosso, una banconota da 50 Euro.
Quando fece per uscire, Padre Lorenzo lo trasse da
parte.
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