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I tempi dei miei genitori sono tutti al passato remoto. Giocai, comprai, lavai e persino andai. Non si fidano di guardare fuori la finestra al massimo pizzicano il naso fra le imposte.
Solo con la vita di un secondo si sbilanciano al passato prossimo. E’ nato, non nasce perché il presente è più facile immaginarlo già passato che disegnarlo al futuro.
Eppure io da loro ho appreso la voglia di fermarmi ad ogni passo e vedere come si ritraggono le impronte dal terreno.
Eppure il loro profilo cambia ogni giorno fra gli occhi o sotto il mento fissano l’età restando nella sicurezza d’avermi rivolto lo sguardo solo una volta al di là dell’istante che s’attarda ad arrivare.
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Le donne che ho amato sono state tre.
Ad una imbandisco ancora oggi la tavola per cena; piatto piano, coltello a sinistra, forchetta a destra, bicchiere. Dicono che non dovrei, il maschio di casa sono io. Eppure la luna trasparente è alla finestra così uguale ai nostri occhi.
Con un’altra prima ancora sono diventato uomo -pare che suo figlio persino m’assomigli- ed ancora oggi la sabbia dell’adolescenza incaglia le dita fra i pensieri.
Dell’ultima che ho amato ho terminato le parole solo notti e silenzi di rimpianti per ricordarla tale.
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I passeggeri del quarantacinque barrato sanno sempre dove tu li porterai. Restano quindi seduti a questa sicurezza appoggiati ad un corrimano scrostato al giallo o fissi nella curiosità di chi sale alla prossima fermata.
I passeggeri del quarantacinque barrato non sanno del cigolìo delle porte di discesa e di salita; tu invece sì e tieni stretto il tuo volante aprendo gli occhi nel soffio di una nuvola alla luna.
Ieri hai cambiato tragitto, i lavori della metro hanno raggiunto Largo Marconi ma il cigolìo delle porte è sempre uguale, lo sbuffo di nuvola non cancella le virgole disegnate nella notte.
E rimani lì seduta al posto guida ad inseguire il nuovo percorso; inventano così le curve gli sguardi della strada e brillano come la perlina che t’ingioiella il naso.
Oggi hai chiesto del Pascoli a me passeggero fra i passeggeri del quarantacinque barrato dicendomi che sono qui, nel corridoio fra i posti a sedere, come fossero i Canti di Castelvecchio
le tue poesie
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(amico, compagno, sindacalista)
Si è radunata la vita ai tuoi piedi quasi fosse un corteo. Dilla ancora una parola alla fila dei giorni che oggi è qui per te.
Perché nessuno può attendere che l’attimo oltrepassi la voce ora che il momento percorso insieme non avrà più tempi d’attesa né passaggi ad orario.
Lascia che sia così questo lento camminare come il cipiglio rosso della tua barba
o come l’incanto discreto dell’averti vissuto.
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Ti chiamerò Esmeralda dove si fa calma quest’assenza perché sarai figlia e poi madre del silenzio.
Ti chiamerò, col nome che si legge ad ogni fiato indefinibile alla notte.
Ti chiamerò ancora senza sbagliare la pronuncia ma sarà muto il suono del vento giù dalla scogliera.
Ti chiamerò così come il mare le sue acque è sarai onda capace d’arrivare
lì dove c’è l’incomprensibile
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Vorrei farti riposare -guidare solamente un giro- e saperti così come le vie diritte del mio quartiere dai marciapiedi misurati a raso e i passi carrai numerati.
Ti direi poi di come il vento diviene pausa nell’intercalare di un timido vocìo fra i portici lì dove l’uno s’appresta al capolinea.
Conterei ancora tutte le parole che nel silenzio si fanno assenze di luce per dirti che vorrei essere piega, lenzuolo e coperta di ogni tuo brivido, di ogni tua febbre.
Di ogni tuo giorno l’aria si fa mio respiro e di questo truccarmi da poeta spunterei la matita, lascerei ogni minuto
perché ci sei tu
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(Omaggio a S.F.)
Siamo io e te Lisbona che sia un ballatoio del Bairro Alto o la vista dell’Estrella dall’aereo
Siamo qui, soli e non c’è respiro che sappia recitarti.
Siano essi quattro giorni o due secondi dopo l’eterno noi camminiamo, chi in bilico sul lastricato di rua Augusta o chi come te protende la storia lì dove il sole incide i sapori con i riflessi delle tue acque.
Siamo qui o in qualunque altro posto non c’è solitudine che possa farci ritrovare
e nemmeno il fitto sferragliare del tram fra i vicoli pendenti, saprà accompagnarci nel nulla che oggi si fa tempo.
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L’ERBA GIALLA
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Come fissare i bordi d’ogni fine questo nostro immancabile inizio e trovarsi ad intrecciare aneliti con gli occhi aperti sul tormento.
O provare ancora a chiudere muri nell’inconscio di una giarrettiera addormentata nella fuliggine di un pomeriggio a luci spente.
Di nuovo qui c’è il tuo respiro spazio fra silenzi e parole nello scrosciare di un rubinetto aperto sempre sui piatti sporchi.
E mentre torno a stringere mani che sanno di sabbia, l’orologio ferma i granelli sulla voce degli occhi che riesco ancora a schiudere.
(a quattro donne con lo stesso nome)
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E là dove stava silenziosa la Madre, nessuno osò guardare. (A. Achmatova)
La città vive di luci che s’adagiano una ad una sui pendii della sera. Lo sguardo si fa opaco sopra il mare fra le case che accennano la riva.
Qui dove la sabbia diventa scoglio e lo scoglio annuncia la terra si nascondono i contorni di una madre che non vuole rivelarsi.
Smarginano sull’acqua i disegni della Luna. Una barca sparecchia fra le onde ed insegue l’ennesimo rimpianto.
(Si perde così nel volgere di una vela la nostra solitudine).
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QUARANTA MINUTI
(alla più bella conducente d'autobus dell'azienda trasporti di Torino)
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Qui l’aria è più rarefatta e non m’importa delle montagne che da Susa proteggono dalla nebbia. Oggi ho te che disegni il vento di profili, dei tuoi capelli corti e appena tagliati senza coda, crine di cavallo.
Ieri ti ho vista in quel mese d’inverno orlare le tue curve come la svolta del bus su Corso Raffaello e degli occhi colore del cappuccino ho cercato lo sperso degli sguardi in un bar al mattino a colazione.
Ora mi appresto fra le sembianze della tua assenza e attenderò la sorpresa di un ciao come in questo luglio che scolora aspetto i primi temporali d’agosto.
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In vacanza è tutto più facile. Saltare quattro gradini delle scale di casa prima di partire vedere gli occhi sorridere e che il sole sorga all’inverso.
Quando si è in vacanza tutto ha un altro colore. La mia Multipla diventa lucida persino il cofano è più capiente e le barre dei caselli autostradali sono sempre alzate.
I minuti delle vacanze scoprono i tuoi fianchi che s’addormentano.
Quando ad agosto torno a casa scendo i gradini uno ad uno. (A salire chiamo l’ascensore) Mi preparo a poesie senz’arcaismi mentre tu torni a guardarmi soltanto la sera, quando finisci di lavorare.
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Se solo conoscessi il nome di voi alberi fioriti in Piazza Statuto potrei dare del tu ad ogni ramo così come si dà alla madre e dirvi di passi trascorsi sopra l’ombra delle foglie infrante ad ogni autunno
e della donna che racconta gli anni incisi sulle panchine o dei portici che hanno fatto da coperta ad ogni inverno.
E’ così che sporgo dal profilo dei lampioni, l’indistinto di uno sguardo sperso nei capelli raccolti da un foulard all’uscita di una chiesa protestante.
Se solo conoscessi il vostro nome alberi a primavera, chiamerei ogni mano appoggiata alla corteccia e delle impronte scriverei il mare che hanno attraversato e della terra scivolata come sabbia fra le dita direi di un tempo che convive in voi così lontano da me stesso.
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(a Mauro)
Raccontami ancora Mauro di come il tempo legge sulla meridiana del giardino lo sguardo tuo sopra il muro della casa.
Di quando il vento la mattina rintocca alle campane e si leva come le barche che si fanno cibo per il pescatore.
C’è ancora l’eco delle volte che percorrevi Corso Francia con il nulla alle tue spalle rivolto alla finestra come il sole a mezzogiorno.
E’ nei tuoi occhi e nei tuoi figli la vita che s’annotta di quel calpestare solo lettere d’amore di quel prendere la vita oltre la virgola per andare a capo senza mai tracciare un punto.
Ora è il niente che passa fra gli spiragli della finestra; di là da i cocci in vetro sopra il muro della casa una sponda che hai alzato sul tuo letto.
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Vedo ancora le tue impronte percorrere la spiaggia di una notte qualunque ad annegare pensieri su fiumi di sale
Perderti negli occhi chiusi di un abbraccio è stato il solo desiderio.
E’ un tempo qualunque questo che offre soltanto silenzi e forse non sa che furono gli stessi a fare da culla ad ogni battito incerto ad ogni carezza svanita.
Chissà se fu precauzione o soltanto un uso a modo quel tremito a cui abbiamo interrotto la parola.
E’ un giorno qualunque ancora dove tutto va a capo senza spazi prossimi all’addio.
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Eppure ho gli occhi verdi i capelli brizzolano a tal punto da considerarli parte del mio fascino.
Eppure l’equilibrio vacilla fra i bisogni e i desideri.
I bisogni sono come il passato pronti a voltare le spalle sul più bello.
Eppure li descrivo con inchiostro di carezze sull’ellisse parziale della schiena sui piani concavi dei tuoi fianchi.
Eppure giungono silenzi sempre a riempire il bisogno di più voci.
E sentirsi come quelle bottiglie di cristallo del servizio buono dentro cui non versi mai nulla.
Eppure bevi
ancora quel
I desideri sono incisi così come la prima lettera al mio destino.
Li descrivo alla notte agli occhi delle nuvole sul nero alle parole senza voce al cuscino che spiumaccio sempre prima d’addormentarmi.
Eppure scelgo sempre il bisogno
ai desideri
per lenire
cicatrici senza tagli
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Degli ultimi morsi voglio nutrirmi intanto che di profezie vivi mia cara e amata mantide. Eppure abbiamo volto le spalle a marzo e a tutte le sue primavere, baciato a mani chiuse la solitudine ricordando il finto momento e l’ora, giunti per dimenticarci.
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Giorni questi in cui t’addormenti sola e sogni fra i miei sogni d’essere come fosse niente il tempo che finora muto non nasce e contando i passi a passo di gambero ritorni ancora indietro senza sapere di andare oltre soltanto un granello di sabbia.
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Chi sono poco importa ed il nome sulle vene della voce da quanti giorni è muto? Cosa chiedere a chi percorre il confine di un profilo spaiato fra le dita e alla tristezza che sfiorisce?
Chi scriverà più del tremore di ferite senza morsi e di labbra magre senza fiato?
M’interrogo così sopra passi addormentati che s’apprestano a sfumare impronte ancora fresche.
Chissà a quanti battiti di cuore distiamo ancora.
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TRA LA NOTTE
E L’ALBA DI PRAGA
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La mia poesia è senz’aggettivi
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Quel che rimane dell’ultimo regalo -foglie su foglie ad ardere secche nel braciere caldo della parola- è cenere.
Qui giungono lettere mute definite nelle gocce del temporale ad asciugare sulla pergola riflettendo risposte senza domande sui rampicanti d’uva, a chiudere porte senza serratura a vestire il vento dopo i passi soli, della tua voce.
E’ l’immagine di te sugli spigoli delle lacrime che smarrisce il respiro nel carattere dei versi.
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IN BREVE DA UN ADDIO Solo di pagine che rilegano l'inizio ai nostri libri siamo sbavature di parole. Come non conoscere il destino di Narciso e Boccadoro o non sapere di favole e d'amore. E gettare le ombre di uno specchio nel giardino sotto casa domandandomi ancora se l'amarti fu l'acconto o il saldo del non vivere. |
A FRANCESCA CHE NON SA DI ME Non avere -forse- dubbi proprio qui a perderti d'un tempo tra i versi passato e prestati alla notte che fonde il tuo sguardo di malìa (o malia chissà) alle prime rime del mattino li trovi. Affìdati (o affidàti) al mestiere è quasi un bel pensare, stavolta t'ha dato cilecca. Reinterpreta il libro dei sogni reinvita Freud a cena per l'ultima parcella senz'iva. Io, sappilo pagherò.
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Giorno qualunque ma giorno silenzioso questo tuo che mi viene incontro senza risposte in affido per una vita che più non migra. Non i tuoi occhi oltre la curva dagli sterri rimossi dischiuderanno ciglia. Nebbie scoloreranno gli ultimi rami innevati d’inverno, alla vista.
S’infutura così questo giorno qualunque giorno ultimo d’epifania.
Ricordi che divagano nei passi pronunciati fra le mura d’una chiesa salesiana ad onorare il Vangelo nel mio giorno di nozze.
Ora Alessandro sublimo silenzi e sorrisi di una tua fotografia. Nient’altro a piangere resta nella colma assenza di te e dei tuoi vent’anni.
(qualsiasi riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale)
Mi guardano di sbieco gli occhi blu di mia moglie miserevolmente. Il momento sia da ricordare notte fonda tra le bianche lenzuola. Cerco, temo d’attutire lo sguardo; suppone nel timore che le sveli un momento quasi approssimato. Tiro il fiato, voltandomi l’affronto:
“Amore, quel che vedi e che t’indigna è un calo di pressione sanguigna”.
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E dirti che trovi ancora me ogni mattina come spiffero di luce fra le imposte del tuo balcone a scrutare il risveglio che s’alza dallo scendiletto della notte, tu mi credi?
E’ qui che si piega il lenzuolo nella metà che più non stiri e la coperta di ciniglia -quella del corredo buono- che ti scopre sempre i piedi.
Non serve una risposta lascia che scorra la matita fra i quadretti del quaderno dove appunti i menu della mera accettazione.
Sarà (come dici tu) ma qui ancora io ti vedo nella cenere che s’appunta ad una sigaretta accesa;
forse non lo sai ma non si può afferrare il cerchio di fumo che ora spira fra le labbra.
Giorno notte ed ancora giorno nel frinìo di grilli e di cicale del sottobosco fra ulivi ed aghifoglie. Qui è prossima la riva; il cuore fingendo di non battere ascolta il flusso dell’onda che s’adagia.
Colora una scia rosa che specchia e si perde a terra la luna. Seguirla fino all’apice e vedere risplendere le finestre delle case come fossero da tetto per il mare. Dall’alto oltre i monti di Solin dove ancora una pietra è contesa tratteggio l’aria con le dita.
Una carezza forse un bacio ma non chiedere l’amore alla donna dal pareo riccio al collo sulla spiaggia acciottolata di Sibenik. Svanirebbe come il disegno di un tatuaggio all’hennè.
E l’oblio del pensiero si perde nelle stradine lastricate di sole al mercato di Vodice fra conchiglie ed amuleti altro non hai da regalarmi che l’odore salmastro della notte.
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