Sal 1-2-3  

home page Sal

 

DALL’ALTRA PARTE DEL MARE SOLILOQUIO (a E.C.) UN CALO D’IRONIA

DI UN GIORNO QUALUNQUE

IN BREVE DA UN ADDIO A FRANCESCA CHE NON SA DI ME SENZ'AGGETTIVI DEFINITIVAMENTE MONOLOGO IMPERFETTO TRA LA NOTTE E L’ALBA DI PRAGA
DICEMBRE DIMENTICATO GENNAIO POESIA SEMPLICE AVVERTENZE PRIMA DELL’USO DI QUESTI E D’ALTRI TEMPI SOPRA IL MURO DELLA CASA (a T.) DISABITUDINI ESTIVE LA CITTA’ CHE VIVE QUARANTA MINUTI
L’ERBA GIALLA QUATTRO QUARTINE VORREI FARTI RIPOSARE
 
LISBONA, PROBABILMENTE IN MEMORIA DI PASQUALE TAVANO ESMERALDA E IL SUO MARE TRE DONNE
 
FRA I PASSEGGERI DI LINEA 45B TEMPI  

 

 

TEMPI

 

I tempi dei miei genitori sono tutti al passato remoto.

Giocai, comprai, lavai e persino andai.

Non si fidano di guardare fuori la finestra

al massimo pizzicano il naso fra le imposte.

 

Solo con la vita di un secondo si sbilanciano

al passato prossimo. E’ nato, non nasce

perché il presente è più facile immaginarlo

già passato che disegnarlo al futuro.

 

Eppure io da loro ho appreso la voglia

di fermarmi ad ogni passo e vedere

come si ritraggono le impronte dal terreno.

 

Eppure il loro profilo cambia ogni giorno

fra gli occhi o sotto il mento fissano l’età

restando nella sicurezza d’avermi rivolto

lo sguardo solo una volta al di là

dell’istante che s’attarda ad arrivare.

 

 

 

 

 

TRE DONNE

 

Le donne che ho amato sono state tre.

 

Ad una imbandisco ancora oggi la tavola per cena;

piatto piano, coltello a sinistra, forchetta a destra, bicchiere.

Dicono che non dovrei, il maschio di casa sono io.

Eppure la luna trasparente è alla finestra

così uguale ai nostri occhi.

 

Con un’altra prima ancora sono diventato uomo

-pare che suo figlio persino m’assomigli-

ed ancora oggi la sabbia dell’adolescenza

incaglia le dita fra i pensieri.

 

Dell’ultima che ho amato ho terminato le parole

solo notti e silenzi di rimpianti per ricordarla tale.

 

FRA I PASSEGGERI DI LINEA 45B

 

I passeggeri del quarantacinque barrato

sanno sempre dove tu li porterai.

Restano quindi seduti a questa sicurezza

appoggiati ad un corrimano scrostato al giallo

o fissi nella curiosità di chi sale alla prossima fermata.

 

I passeggeri del quarantacinque barrato

non sanno del cigolìo delle porte di discesa

e di salita; tu invece sì e tieni stretto il tuo volante

aprendo gli occhi nel soffio di una nuvola alla luna.

 

 

Ieri hai cambiato tragitto, i lavori della metro

hanno raggiunto Largo Marconi ma il cigolìo delle porte

è sempre uguale, lo sbuffo di nuvola non cancella

le virgole disegnate nella notte.

 

E rimani lì seduta al posto guida ad inseguire

il nuovo percorso; inventano così le curve

gli sguardi della strada e brillano

come la perlina che t’ingioiella il naso.

 

 

Oggi hai chiesto del Pascoli  a me

passeggero fra i passeggeri del quarantacinque barrato

dicendomi che sono qui, nel corridoio

fra i posti a sedere, come fossero i Canti di Castelvecchio

 

le tue poesie

 

 

 

 

 

 

 

IN MEMORIA DI PASQUALE TAVANO

(amico, compagno, sindacalista)

 

Si è radunata la vita ai tuoi piedi

quasi fosse un corteo.

Dilla ancora una parola

alla fila dei giorni

che oggi è qui per te.

 

Perché nessuno può attendere

che l’attimo oltrepassi la voce

ora che il momento percorso insieme

non avrà più tempi d’attesa

né passaggi ad orario.

 

Lascia che sia così

questo lento camminare

come il cipiglio rosso

della tua barba

 

o come l’incanto discreto

dell’averti vissuto.

 

 

 

 

 

ESMERALDA E IL SUO MARE

 

Ti chiamerò Esmeralda

dove si fa calma quest’assenza

perché sarai figlia

e poi madre del silenzio.

 

Ti chiamerò, col nome

che si legge ad ogni fiato

indefinibile alla notte.

 

Ti chiamerò ancora

senza sbagliare la pronuncia

ma sarà muto il suono del vento

giù dalla scogliera.

 

Ti chiamerò così

come il mare le sue acque

è sarai onda capace d’arrivare

 

lì dove c’è l’incomprensibile

 

 

VORREI FARTI RIPOSARE

 

Vorrei farti riposare

-guidare solamente un giro-

e saperti così come le vie

diritte del mio quartiere

dai marciapiedi misurati a raso

e i passi carrai numerati.

 

Ti direi poi di come il vento

diviene pausa nell’intercalare

di un timido vocìo  fra i portici

lì dove l’uno s’appresta al capolinea.

 

Conterei ancora tutte le parole

che nel silenzio si fanno assenze di luce

per dirti che vorrei essere

piega, lenzuolo e coperta

di ogni tuo brivido, di ogni tua febbre.

 

Di ogni tuo giorno l’aria si fa mio respiro

e di questo truccarmi da poeta

spunterei la matita, lascerei ogni minuto

             

                       perché ci sei tu

 

 

 

 

 

 

 

 

LISBONA, PROBABILMENTE

(Omaggio a S.F.)

 

Siamo io e te Lisbona

che sia un ballatoio del Bairro Alto

o la vista dell’Estrella dall’aereo

 

Siamo qui, soli

e non c’è respiro che sappia recitarti.

 

Siano essi quattro giorni

o due secondi dopo l’eterno

noi camminiamo, chi in bilico

sul lastricato di rua Augusta

o chi come te protende la storia

lì dove il sole incide i sapori

con i riflessi delle tue acque.

 

Siamo qui o in qualunque altro posto

non c’è solitudine che possa farci ritrovare

 

e nemmeno il fitto sferragliare del tram

fra i vicoli pendenti, saprà accompagnarci

nel nulla che oggi si fa tempo.

 

 

 

L’ERBA GIALLA



Il cielo di notte s’addormenta
tingendosi di rosso
come due occhi dopo il pianto.
La fatica è ancora presente
in quei quadri d’erba
dove il vento simula l’onda.

Montedelmare qui ha il suo profilo
tra gli sterpi calpestati
disegna la sua strada
nell’angoscia indifferente delle case
nei pensieri rinchiusi tra le mura
del capanno di Ulisse.

“E’ qui il mio nido” tu dicevi
a dei nomi oramai morti.
Ed io come allora vorrei imparare
a vedere l’erba gialla
dalla parte delle radici.

 

 

 


 

QUATTRO QUARTINE

 

Come fissare i bordi d’ogni fine

questo nostro immancabile inizio

e trovarsi ad intrecciare aneliti

con gli occhi aperti sul tormento.

 

O provare ancora a chiudere muri

nell’inconscio di una giarrettiera

addormentata nella fuliggine

di un pomeriggio a luci spente.

 

Di nuovo qui c’è il tuo respiro

spazio fra silenzi e parole

nello scrosciare di un rubinetto

aperto sempre sui piatti sporchi.

 

E mentre torno a stringere mani

che sanno di sabbia, l’orologio ferma

i granelli sulla voce degli occhi

che riesco ancora a schiudere.

 

 

(a quattro donne con lo stesso nome)

 

 

 

 

 

 

l

 

 

 

 

 

 

LA CITTA’ CHE VIVE

 

E là dove stava silenziosa la Madre,

nessuno osò guardare.  (A. Achmatova)

 

La città vive di luci che s’adagiano

una ad una sui pendii della sera.

Lo sguardo si fa opaco sopra il mare

fra le case che accennano la riva.

                                      

Qui dove la sabbia diventa scoglio

e lo scoglio annuncia la terra

si nascondono i contorni di una madre

che non vuole rivelarsi.

 

Smarginano sull’acqua i disegni della Luna.

Una barca sparecchia fra le onde

ed insegue l’ennesimo rimpianto.

 

(Si perde così nel volgere di una vela

la nostra solitudine).

 

 

 

 

QUARANTA MINUTI
(alla più bella conducente d'autobus dell'azienda trasporti di Torino)


Immagina cosa pensano i sogni
quando si nascondono nella piazza
più a sud della città e attendono
fra le bancarelle del mercato
l’arrivo dell’autobus e tu
con le mani sul volante, gli occhi
fra i riflessi del viaggiatore.

In questi spazi d’aliante
s’apprestano magre illusioni
fra i quaranta minuti della corsa
o nel tempo d’una virgola
che s’attarda al tuo ritorno.

Così riprendo a scrivere la sera
di un poeta che ancora deve nascere
consegnando a mani troppo piccole
per fuggire, le sue poesie.

 

 

 (a T.)

 

Qui l’aria è più rarefatta

e non m’importa delle montagne

che da Susa proteggono dalla nebbia.

Oggi ho te che disegni il vento

di profili, dei tuoi capelli

corti e appena tagliati

senza coda, crine di cavallo.

 

Ieri ti ho vista in quel mese d’inverno

orlare le tue curve come

la svolta del bus su Corso Raffaello

e degli occhi colore del cappuccino

ho cercato lo sperso degli sguardi

in un bar al mattino a colazione.

 

Ora mi appresto fra le sembianze

della tua assenza e attenderò

la sorpresa di un ciao

come in questo luglio che scolora

aspetto i primi temporali d’agosto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DISABITUDINI ESTIVE

 

In vacanza è tutto più facile.

Saltare quattro gradini delle scale

di casa prima di partire

vedere gli occhi sorridere

e che il sole sorga all’inverso.

 

Quando si è in vacanza tutto

ha un altro colore.

La mia Multipla diventa lucida

persino il cofano è più capiente

e le barre dei caselli autostradali

sono sempre alzate.

 

I minuti delle vacanze scoprono

i tuoi fianchi che s’addormentano.

 

Quando ad agosto torno a casa

scendo i gradini uno ad uno.

(A salire chiamo l’ascensore)

Mi preparo a poesie senz’arcaismi

mentre tu torni a guardarmi soltanto

la sera, quando finisci di lavorare.

 

 

 

DI QUESTI E D’ALTRI TEMPI

 

Se solo conoscessi il nome

di voi alberi fioriti in Piazza Statuto

potrei dare del tu ad ogni ramo

così come si dà alla madre

e dirvi di passi trascorsi sopra l’ombra

delle foglie infrante ad ogni autunno

 

e della donna che racconta

gli anni incisi sulle panchine

o dei portici che hanno fatto

da coperta ad ogni inverno.

 

E’ così che sporgo dal profilo

dei lampioni, l’indistinto di uno

sguardo sperso nei capelli

raccolti da un foulard all’uscita

di una chiesa protestante.

 

Se solo conoscessi il vostro nome

alberi a primavera, chiamerei

ogni mano appoggiata alla corteccia

e delle impronte scriverei il mare

che hanno attraversato

e della terra scivolata come sabbia

fra le dita direi di un tempo

che convive in voi

così lontano da me stesso.

 

 

 

 

 

 

SOPRA IL MURO DELLA CASA

(a Mauro)

 

Raccontami ancora Mauro

di come il tempo legge

sulla meridiana del giardino

lo sguardo tuo sopra il muro della casa.

 

Di quando il vento la mattina

rintocca alle campane

e si leva come le barche

che si fanno cibo per il pescatore.

 

C’è ancora l’eco delle volte che percorrevi

Corso Francia con il nulla alle tue spalle

rivolto alla finestra come il sole a mezzogiorno.

 

E’  nei tuoi occhi e nei tuoi figli la vita che s’annotta

di quel calpestare solo lettere d’amore

di quel prendere la vita oltre la virgola

per andare  a capo senza mai tracciare un punto.

 

Ora è il niente che passa fra gli spiragli della finestra;

di là da i cocci in vetro sopra il muro della casa

una sponda che hai alzato sul tuo letto.

 

 

 

 

POESIA SEMPLICE

 

Vedo ancora le tue impronte

percorrere la spiaggia

di una notte qualunque ad annegare

pensieri  su fiumi di sale

 

Perderti negli occhi chiusi

di un abbraccio è stato il solo desiderio.

 

E’ un tempo qualunque questo

che offre soltanto silenzi

e forse non sa che furono gli stessi

a fare da culla ad ogni battito incerto

ad ogni carezza svanita.

 

Chissà se fu precauzione

o soltanto un uso a modo

quel tremito a cui abbiamo

interrotto la parola.

 

E’ un giorno qualunque ancora

dove tutto va a capo senza spazi

prossimi all’addio.

 

 

 

 

 

 

AVVERTENZE PRIMA DELL’USO

 

Eppure ho gli occhi verdi

i capelli brizzolano

a tal punto da considerarli

parte del mio fascino.

 

Eppure l’equilibrio vacilla

fra i bisogni e i desideri.

 

I bisogni sono come il passato

pronti a voltare le spalle sul più bello.

 

Eppure li descrivo

con inchiostro di carezze

sull’ellisse parziale della schiena

sui piani concavi dei tuoi fianchi.

 

Eppure giungono silenzi sempre

a riempire il bisogno di più voci.

 

E sentirsi come quelle bottiglie

di cristallo del servizio buono

dentro cui non versi mai nulla.

 

Eppure bevi ancora quel
che forse non c’è mai stato
se non come surrogato ai desideri.

 

I desideri sono incisi così

come la prima lettera al mio destino.

 

Li descrivo alla notte

agli occhi delle nuvole sul nero

alle parole senza voce

al cuscino che spiumaccio sempre

prima d’addormentarmi.

 

Eppure scelgo sempre il bisogno

ai desideri per lenire cicatrici senza tagli
e me ne andrò non appena il letto avrà
disfatto la polvere dei tuoi vestiti.

 



 

 

DICEMBRE DIMENTICATO

 

Degli ultimi morsi voglio nutrirmi

intanto che di profezie vivi mia

cara e amata mantide.

Eppure abbiamo volto le spalle a

marzo e a tutte le sue primavere,

baciato a mani chiuse la solitudine

ricordando il finto momento

e l’ora, giunti per dimenticarci.

 

 

 

 

 

 

 

GENNAIO

 

Giorni questi in cui t’addormenti sola

e sogni fra i miei sogni d’essere come fosse

niente il tempo che finora muto

non nasce e contando i passi

a passo di gambero ritorni ancora

indietro senza sapere di andare

oltre soltanto un granello di sabbia.

 

 

MONOLOGO IMPERFETTO

 

Chi sono poco importa

ed il nome sulle vene della voce

da quanti giorni è muto?

Cosa chiedere a chi percorre

il confine di un profilo

spaiato fra le dita

e alla tristezza che sfiorisce?

 

Chi scriverà più del tremore

di ferite senza morsi

e di labbra magre senza fiato?

 

M’interrogo così

sopra passi addormentati

che s’apprestano a sfumare

impronte ancora fresche.

 

Chissà a quanti battiti di cuore

distiamo ancora.

 

 

 

 

 

TRA LA NOTTE E L’ALBA DI PRAGA

Smargina Babele fra la neve a Karluv Most
e sotto gli archi incede la Moldava vestita
a specchio per le mura di San Vito.

Ho perso d’improvviso Ian Hus
fra i cristalli rotti di Piazza Venceslao,
di corrotta è rimasta soltanto
la matrioska sulle bancarelle
di Nerudova a Malà Strana.

Lambiccano così le memorie goccia a goccia
e nei nuovi minuti della notte
si fa profumo del tuo collo l’aria gotica
e barocca di Staromestke Namesti.

Portami ancora fra le rive
dei tuoi fianchi a passeggiare,
come quel turista che smarrisce
la mezzanotte, nei vicoli
di Novo Mesto.

(Non gli verrà mai detto però
se per ritrovarsi sarà più
intenso dolore o fugace l’amore).
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SENZ'AGGETTIVI

 

La mia poesia è senz’aggettivi
fra la legna del camino
ed io aspetto di confondere
il tuo passo che s’inciampa
nel mio andare.

La mia poesia è senz’aggettivi,
chiedo ancora di conoscerla
nuda, muta nel fuoco
del tuo sguardo scolorato.

La mia poesia è nell’incontro
di un “tu sei” senz’aggettivi
e complementi,
in un perdersi nell’alcunchè
senza domandare tempo
al fiato corto
d'una illusione a cadenzare.

 

 

 

 

 

 

DEFINITIVAMENTE

 

Quel che rimane dell’ultimo regalo

-foglie su foglie ad ardere

secche nel braciere caldo della parola-

è cenere.

 

Qui giungono lettere mute

definite nelle gocce del temporale

ad asciugare sulla pergola

riflettendo risposte senza domande

sui rampicanti d’uva,

a chiudere porte senza serratura

a vestire il vento dopo i passi

soli, della tua voce.

 

E’ l’immagine di te

sugli spigoli delle lacrime

che smarrisce il respiro

nel carattere dei versi.

 

 

 
IN BREVE DA UN ADDIO
 
Solo di pagine che rilegano
l'inizio ai nostri libri siamo
sbavature di parole.
Come non conoscere il
destino di Narciso e Boccadoro
o non sapere di favole e d'amore.
 
E gettare le ombre di uno specchio
nel giardino sotto casa
domandandomi ancora
se l'amarti
fu l'acconto o il saldo
del non vivere.
 

 
 
A FRANCESCA CHE NON SA DI ME
 
Non avere -forse- dubbi
proprio qui a perderti
d'un tempo tra i versi passato
e prestati alla notte che fonde
il tuo sguardo di malìa
(o malia chissà)
alle prime rime del mattino
li trovi.
 
Affìdati (o affidàti) al mestiere
è quasi un bel pensare,
stavolta t'ha dato cilecca.
Reinterpreta il libro dei sogni
reinvita Freud a cena
per l'ultima parcella senz'iva.
 
Io, sappilo
pagherò.

 

 

 


 

 

DI UN GIORNO QUALUNQUE

 

 

Giorno qualunque ma giorno

silenzioso

questo tuo che mi viene incontro

senza risposte in affido

per una vita che più non migra.

Non i tuoi occhi oltre la curva

dagli sterri rimossi

dischiuderanno ciglia.

Nebbie scoloreranno gli ultimi rami

innevati d’inverno, alla vista.

 

S’infutura così questo giorno qualunque

giorno ultimo

d’epifania.

 

Ricordi che divagano nei passi

pronunciati fra le mura

d’una chiesa salesiana ad onorare

il Vangelo nel mio giorno di nozze.

 

Ora Alessandro sublimo silenzi

e sorrisi di una tua fotografia.

Nient’altro a piangere resta nella colma

assenza di te e dei tuoi vent’anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UN CALO D’IRONIA

(qualsiasi riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale)

 

Mi guardano di sbieco gli occhi blu

di mia moglie miserevolmente.

Il momento sia da ricordare

notte fonda tra le bianche lenzuola.

Cerco, temo d’attutire lo sguardo;

suppone nel timore che le sveli

un momento quasi approssimato.

Tiro il fiato, voltandomi l’affronto:

 

“Amore, quel che vedi e che t’indigna

 è un calo di pressione sanguigna”.

 

SOLILOQUIO (a E.C.)

 

E dirti che trovi ancora me

ogni mattina come spiffero

di luce fra le imposte

del tuo balcone a scrutare

il risveglio che s’alza

dallo scendiletto della notte,

tu mi credi?

 

E’ qui che si piega il lenzuolo

nella metà che più non stiri

e la coperta di ciniglia

-quella del corredo buono-

che ti scopre sempre i piedi.

 

Non serve una risposta

lascia che scorra la matita

fra i quadretti del quaderno

dove appunti i menu

della mera accettazione.

 

Sarà (come dici tu)

ma qui ancora io ti vedo

nella cenere che s’appunta

ad una sigaretta accesa;

 

forse non lo sai ma

non si può afferrare

il cerchio di fumo

che ora spira fra le labbra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DALL’ALTRA PARTE DEL MARE

 

Giorno notte ed ancora giorno

nel frinìo di grilli e di cicale

del sottobosco fra ulivi ed aghifoglie.

Qui è prossima la riva;

il cuore fingendo di non battere

ascolta il flusso dell’onda che s’adagia.

 

Colora una scia rosa che specchia

e si perde a terra la luna.

Seguirla fino all’apice e vedere

risplendere le finestre delle case

come fossero da tetto per il mare.

Dall’alto oltre i monti di Solin

dove ancora una pietra è contesa

tratteggio l’aria con le dita.

 

Una carezza forse un bacio

ma non chiedere l’amore alla donna

dal pareo riccio al collo

sulla spiaggia acciottolata di Sibenik.

Svanirebbe come il disegno

di un tatuaggio all’hennè.

 

E l’oblio del pensiero si perde

nelle stradine lastricate di sole

al mercato di Vodice

fra conchiglie ed amuleti

altro non hai da regalarmi che

l’odore salmastro della notte.

 

 

 

 

 

 

 

 

La proprietà letteraria è dell'autore. Ogni riproduzione è vietata.

 

Home page  |  L'autrice del sito  Le pagine del sito