Roberto Estavio 

Le sue poesie

UEVOS FRITOS CON PAPAS  LA STRADA DEI SOGNI

 

UEVOS FRITOS CON PAPAS

 

Sono le dieci di mattina,Anita è appoggiata alla sedia.

Ha ascoltato la radio,si è poi messa a lavorare aprendo il quaderno e dando i numeri.

Ne combina alcuni cercando la serie vincente.

Oramai ha completato  tutte le pagine,solleva con il pollice e l’indice uno scontrino della spesa .

Riesce a scrivere sei numeri sul retro del foglietto. Non è la prima volta non sarebbe l’ultima se riuscisse ad azzeccare una combinazione vincente.

Esce di casa fermandosi sul pianerottolo, si accorge che tutti sono usciti.

Lungo la strada si ravviva i capelli.

È bruna,gli occhi da “fulminata”,un nasone grande e storto ed un mento piccolo e sfuggente.

L’avanzare degli anni ha smussato talune asperità del viso e accentuato altre rotondità del corpo, ma le si considera sempre una “ dei migliori esemplari dell’umanità”.

Ed hanno un bel dire quei ragazzi,che durante la passeggiata pomeridiana, si avvicinano e le sussurrano  frasi indecorose.

Parole.

Parole aleggianti in aria.

 

Eccola ora al supermercato.

Allunga la mano su una confezione  di pane integrale biologico.

Si orienta verso i condimenti,raccoglie l’olio,il burro e il sale.

Una breve occhiata ai vini e poi la lettura delle riviste.

Appena giunta nell’androne di casa si ferma,ha bisogno di respirare.

È concentrata,inspira ed espira,inspira ed espira,poi sale il più velocemente possibile le scale aggrappandosi al corrimano.

 

In cucina appoggia la pentola sul fornello, un leggero sfrigolio la infastidisce, la pancia borbotta e lei brontola.

 

Comincia.

Scalda l’olio preferendolo al burro,rompe direttamente le uova nel tegamino,le sala ( e ci macina sopra un pò di pepe ).

Cuoce adagiandovi sopra un coperchio.

Così,pensa,fa meno rumore.

Sono passati sei minuti e gli albumi sono rappresi,posa il tegame sul piatto e se le serve.

Lei che è stata  servita  da tutti, ora si serve da sola.

Avrebbe dovuto aggiungere un etto di spinaci ma doveva ben strizzarli e non ne aveva voglia.

 

Dall’altra parte del  pianerottolo abita Pedro.

È un sudamericano dalla faccia irregolare, rosso pesca infuocato e dal profilo adunco; vive da qualche anno in Italia perchè studia ed ha una gran passione per l’arte.

 

Pedro stava cucinandosi due uevos fritos con papas.

Gli manca il sale e il pepe.

Decide così di chiederlo alla signora della porta accanto.

Allunga la mano sul campanello.

 

-         Drin.

-         ….

-         Driiin.. scusi sono l’inquilino che abita qua vicino.

-         Come?

-         Sono il ragazzo della porta accanto.

-         Prego?

-         Stavo cucinando..purtroppo  sono rimasto senza pepe e sale.

-          …..Mi dica allora…

-         Sarei ..grato….

-         Prego,venga la ospito.

-         ..beh..grazie  ( che coraggiosa pensa).    

   

Pedro si avvicina.

    

-         Stavo cucinando due uova e mi mancava il sale e il pepe.

-         Non ti preoccupare.

-         Beh,non capisco.

-         Sa,con il passare degli anni sono diventata sordastra,ora accolgo le persone in casa e poi chiedo cosa vogliono.

-         Lei è molto brava!

-         Si  figuri..Comunque le vado a prendere il pepe e il sale.

  Anita lo fa accomodare in cucina.  Pedro si appoggia al divano e non manca di ridere.

-         Se vuole le offro un Martini.

-         Ok.

 L’alcool scioglie  i loro comportamenti.

 

Anche lei amava l’arte. Posava per dei pittori.Ogni tanto scolpiva.

Ma alla passione per il bello  aveva preferito la sola passione.

Si era avviluppata in un vortice di piacere  e seduzione.

Pedro ascolta, cercando di interrompere quel flusso di pensieri fattisi parole, ma ogni suo tentativo risultava vano.

Lei prosegue inarrestabile.

-         Sa,per un certo periodo mi sono messa a fare l’indossatrice.

    Lui esita.

Le  osserva il corpo:mani affusolate,viso luminoso,ma ora,pensa,deve  fare i conti con la malinconia,l’alcolismo,la dissipazione di una solitudine braccata dalle urgenze.

-         Poi,un po’ alla volta tutti si sono accasati. Non mi restava nulla. Decisi di andarmene. 

-         Anche a me non restava nulla,anzi non avevo avuto nulla!! In America Latina mi ero avvicinato alla pittura grazie a P.Cardenal. Una volta diventato ministro aveva incoraggiato la cultura popolare.

-         La tua è una bella terra! Il sole e la luna spandono le loro grazie a tutti.

-         Le luci stordiscono,ma la terra è dura da lavorare e la gente ha perso il ritmo della natura,non ha più pazienza ;è diventata quasi come voi !

-         Non ci metterei la mano sul fuoco..

-         Comunque..ti dicevo..il governo sandinista,amando la cultura,spinse molti giovani nelle campagne:interi villaggi furono alfabetizzati.

-         Ammirevole.

-         Io me la cavavo,ebbi però la fortuna di incontrare dei pittori contadini autodidatti.

-         Come il nostro Ligabue.

-         Si ,mi sembra….e furono loro a trasmettermi il gusto del pennello.

-         La vita..

-         Da allora capii che anche un povero campesinos,se incontrava la persona  giusta, poteva  “sollevarsi da  terra” e rimirare il cielo.

-         Che bello!!

-         Bastava un piccolo pennello.    

 

Pedro e Anita continuarono a parlare mentre i tizzoni ardenti della stufa facevano brillare la stanza di una luce vivida. Fuori il cielo era

 grigio;la strada era venata da uno sbiadito giallastro.

Il vento raccoglieva  le foglie a mò di comitiva e le sospingeva sempre più in altro.

 

Fra sei giorni il pepe e il sale mancheranno ancora….   

 

 

 

LA STRADA DEI SOGNI

 

Ho pensato di scriverti ascoltando alla radio  una canzone di Orietta Berti che ti piaceva: “Fin che la barca va.”

Sono seduto sulla sedia, è  pomeriggio inoltrato e posso scegliere se lavorare o stare qui,con le mani in mano.

Ho faticato troppo quest’anno ed è per questo che decido di non  far niente.

Mi affaccio alla finestra e una leggera brezza,senza che me ne accorga mi conduce lontano nel tempo.

Ritorno.

Ritorno indietro.

Ritorno nella  strada dove noi  abbiamo vissuto e che ora è popolata  di immobilità;resta un vento caldo  a sollevare  i manifesti che annunciano l’arrivo di un complesso musicale.

Tu che rientravi trafelato quasi mai prestavi attenzione a quelle lucide e incomprensibili pubblicità.

Un colpo pesante urtava contro la porta di legno.  Dall’interno mia madre si affrettava ad aprirti muovendo  in modo nervoso il chiavistello.  Prima c’erano le avvisaglie, come non percepire il portone di ferro che si apriva sul cortile e poi la porta di legno che conduceva sul minuscolo pianerottolo.Due leggeri cigolii venivano quasi sempre da me percepiti come un gatto che  attende il padrone per il cibo. Le suole delle tue rattoppate scarpe stridevano leggermente sul  marciapiede.

Prima di entrare però appoggiavi la tua borsa ( con i chiodi,le pinze,il martello ) nella boschiera,un cunicolo colmo di legna.

Talvolta aggiungevi anche la bicicletta,gialla con delle strisce nere e pizzichi di ruggine che la abbellivano . La chiave esagonale chiudeva rumorosamente il tutto.     

Venivi da una giornata di duro lavoro dove tanti  rumori avevano accompagnato il tuo faticare.

Il battito dei chiodi si inframmezzava con le prime macchine che andavano occupando le strade.

Le voci del capomastro si affiancavano all’armatura delle case.

Andavi orgoglioso del tuo ultimo  lavoro. Infatti il sabato  premevi nell’accompagnarmi fuori.

Insieme attraversavamo le strade del centro:tra un andirivieni di cunette e dossi, ci dirigevamo nelle vie principali per poi imboccare una viuzza che si affacciava su una  grande piazza  .

Io mi preoccupavo di  un gelato, sbirciavo con la coda dell’occhio il giornalaio  aperto per poi comprare una bustina di figurine  di calcio.

Tu cercavi di farmi vedere  il campanile del Duomo che si ergeva possente e maestoso. Scuri mattoni erano stati  pazientemente levigati mentre la cima si mostrava nel suo splendore.

Tu,semplice carpentiere,andavi fiero di questo lavoro,di questo tuo piccolo contributo al restauro e alla conservazione di un monumento così importante.

A volte ti toglievi il basco e rimanevi lì a rimirarlo in religioso silenzio,tu così restio alla consuetudini di chiesa.

La domenica pomeriggio si andava a giocare in uno strano prato poco distante.

Era un minuscolo campetto in parte spelacchiato in parte ricolmo di erbetta mischiata alla gramigna e alle ortiche.

All’inizio mi osservavi calciare.

Poi partecipavi improvvisandoti portiere. Alla fine mi provocavi . Dovevamo lanciare la palla in alto .

Eri bravo.

Ero bravo.

Ero diventato bravo.

Ti voglio ricordare così .

Nell’accarezzare il cielo quando non si era fatto ancora scuro lanciando una palla sempre più in alto.

 

 

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