Robert Strange
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- Io scrivo - - Tristezza - - Convenienza - - Poeta - - Epilogo -  

 

 

 
Parole alla rinfusa,
anche in vernacolo,
affido alla gerla del poetare.
Quelle più musicali,
le palindrome, ad esempio,
le tengo in sospeso
tra un verbo irregolare
e un inusuale avverbio.
Per quelle più comuni,
oh sai, non mi do pena;
le colgo a piene mani
sulla bocca della gente,
ne faccio quasi collezione.
A volte stridono
come freni arrugginiti
ma altre, e mi sorprende,
sanno dolcificare il cuore.
Poi ci sono quelle,
ma che rarità,
che valgono, da sole,
il gusto d’ascoltarle
ma devi stare attento
ché possono far male
quando le butti lì,
senza pensare.
E non mi dite
che ce ne sono alcune
che non hanno senso
perché tutte, dico tutte,
giungono da quel lontano sito
che è il saper comunicare.
 
25 Ottobre 2004
 
 

 

 

 

 

 

 

 
 
Mi chiedi se scrivo…
No.
Sono solo tratti indecisi su petali di rosa
imputriditi dal tempo e lasciati marcire
al caldo alito dell’indifferenza.
Chiedi ancora se scrivo…
Forse.
Quei tratti prendono forma
di mezze parole appena abbozzate
per lasciarsi finire in una linea continua
da elettrocardiogramma piatto.
Vuoi sapere se scrivo…
Si.
Ho scrittura appropriata
al gusto edonista della gente.
Racconto l’utile che si fa’ inutile,
con grafia elegante all’occorrenza,
ma, in fondo, non ho niente da dire.
Sono solo un dis–po(e)tico menzognero.
 
 23 Ottobre 2004
 
 

 

 

 

 

 

 

 
 
Sei un capoverso sbagliato,
in forma e sintassi,
d’una pagina inutile e triste
dell’ultimo, astruso capitolo
che nulla può dare al racconto
di questa esistenza, già vana,
che raccoglie parole per strada
e le getta, distratta, su un foglio
così tanto ingiallito dal tempo…
mentre sbiadisce il ricordo
della striscia di sangue sul cuore. 
 
 17 Ottobre 2004
 
 
 
 

 

 
Fuliggine di pensiero s’innalza
e svanisce nell’alito di vento
che nega forma alla speranza
seppure alimentata da aneliti e sospiri.
Fu altro il tempo che ne vedeva compiute
le trame sapienti di mosaico
ordite con il gioioso entusiasmo
di chi sa di avere una vita.
E questo guardare indietro non m’aiuta.
Troppo presto quei riccioli d’intenti,
piallati sul vecchio ceppo del cervello,
si perdono nel vortice dell’istante
ch’è già dannato prima d’essere vissuto.
E premo il piede sul pedale, allora,
così da accelerare il viaggio
in queste notti di tregenda
che nessun’alba vuole terminare.
O forse freno e mi fermo del tutto
per ritrovare il punto d’ogni inizio:
S’accomodino signori, vengano pure
il circo sta’ per cominciare!
 
 14 Ottobre 2004
 
 

 

 

 

 

 

 

 
 
Dico a me stesso di tacere
il vero senso delle cose.
Di falsificarne la logica sequenza.
È terapia prescritta da demiurgo
vigile al cospetto di un sentire
che più non percepisce il bello.
Fingo con me stesso
ed appaio in tutti i modi in cui
non avrei mai voluto essere
ma che, mio malgrado,
la falsa realtà o, meglio,
il verosimile apparire
m’impone di mostrare.
E tu che mi guardi adesso
e giudichi il mio operare
sappi che la prima a criticare
fu la mia coscienza
che, imbrigliata a dovere,
costrinsi a sopportare la mia scelta.
E sa bene come abbia sanguinato il cuore
che, adesso, non ha più lacrime da versare.
 
 08 Ottobre 2004

 

 

 

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