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"L'ottenebramento della luce"
Prefazione RacitiLe liriche di Nicola Simone Raciti si muovono tra Luce e Tenebra, in una continua lotta, in un continuo superarsi l’una con l’altra. Alla Luce, metafora della presenza femminile, si sostituisce la Tenebra, sopravvenuta al suo allontanamento:
tu che sei le tenebre tu che sei la mia tristezza tu che sei la mia morte, tu che avvolgi questa lunga notte. Fantasma di un ricordo che non vuol morire. La tua luce, orma si è fatta Tenebra. Ed io oh Dio… Ho smarrito la Via... (L’ottenebramento della Luce)
Il ricordo, la continua ricerca della donna amata, la volontà di ritrovare, fosse solo nei pensieri, frammenti del passato da poco trascorso, diventano il sostrato di questa raccolta e assumono quasi l’essenza di un controcanto lirico rispetto ai versi cui l’autore affida la propria incredulità e le proprie inquietudini:
A volte… Ci sono momenti in cui riesco a convivere con il ricordo di noi. A volte sorrido… Ripenso alla felicità che hai portato… Nella mia vita. Il mondo intorno a me brillava di colori e di sensazioni mai provate. A volte… (Martedì)
Lo stupore dell’autore è affidato alle frequenti domande che rivolge alla sua interlocutrice, unica e assidua referente dei suoi pensieri, investendola di una virtù profetica alla luce della quale il disorientamento dell’autore e i suoi stessi interrogativi assumono il valore di una protesta, velata ma non troppo, nei confronti di un mondo che ha perso la sua umanità, la capacità di saper leggere la parte più intima delle persone:
... Cosa Vogliamo?! Se non una carezza... quando meno c'è l'aspettiamo. (Cosa vogliamo)
... Che qualcuno guardi la mia anima oltre questi occhi... ... Che qualcuno ascolti la mia anima nel frastuono di questa voce... (A terra)
Il poeta, l’Uomo, rimane allora sbigottito, incredulo, nei confronti di una realtà che non è più come quella che aveva sempre considerato tale, ma che non sa neanche dove poter ritrovare:
... È solo la mia realtà. Così diversa da quella altrui... I miei occhi vedono un mondo che non esiste. (Occhi)
Tuttavia, nonostante all’interno della silloge permanga un forte senso di inadeguatezza, le liriche di Nicola Simone Raciti si aprono all’ostinata volontà di immergersi nella realtà, in quella stessa realtà che non comprende ma di cui si sente inevitabilmente parte:
Sono un bambino che ha appena scoperto che il Mondo non è un bel sogno. Che le speranze… Non esistono. Che gli incubi…
Eppure io.
Continuo a Vivere all’infinito… (Non so)
Il poeta si mette, allora, alla ricerca di certezze, di quei sentimenti autentici che, soli, potrebbero dare risposta alle sue domande, indicandogli la strada da percorrere:
Vorrei occhi come il cielo. Ad illuminare questo cammino… Vorrei poter vedere, la verità che cerco. (Certezze)
Le liriche di Nicola Simone Raciti,in virtù di una versificazione incalzante e di un lessico essenziale ma profondamente comunicativo, hanno la rara dote di riuscire a stabilire un contatto immediato con la nostra emotività, di riuscire a coinvolgerci non solo mentalmente ma anche fisicamente, di suscitare in noi quel moto di com-passione che ci porta a far nostre le sue domande, i suoi sentimenti, le sue angosce, le sue speranze.
Silvia Beldinanzi
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