Matteo 

 

Vittoria  

 

Vittoria

 

Strana bestia il tempo, ti illude, s’insinua nelle pieghe dei giorni per ritornare inesorabile a ricordarti di ricordare, a spiegarti il significato della memoria, del tuo tempo maledizione, lontano ormai dal mio.

Questa routine letale, questa estasi di piatto avvenire, che mi annienta e mi dimentica in un oblio di facce e colori, tutti amalgamati nell’uniformità delle cose tutte intorno.

Credevo di essere destinato a soccombere nel grigio affetto premeditato, temevo di non essere più capace di dilungarmi nello spiegare quella cosa chiamato amore, affogare nella reminiscenza di quei giorni con lo sguardo verso te.

Dieci anni sono passati Vittoria, sufficienti credevo per dimenticare, maledizione, per affievolire la tua ingombrante presenza, e invece, invece.

Mi tormenti, inconsapevole di farlo, vivi i tuoi giorni ma ancora una volta, inconsapevolmente parli anche di me.

Un urlo che indirizzato al vento nutra le speranze, che un viandante distratto colga e semini il fiume in piena che stasera dentro me non può far altro che disperdersi.

Lo vedi trasudare il desiderio di desideri mai esauditi, nelle mie inermi parole, un oblio che mi attende al varco d’ogni uscita, una voce, che intermittente mi chiama a sé, desiderando il mio desiderio.

Chiese il poeta di avere il tempo che tempo non fosse ed un sogno che sonno non desse.

Il tempo il tempo, mia adorata maledizione, estasi incosciente, presente inquieto in un destino ingrato, quello Stesso, crudele, che voltò le spalle ai mie più arditi desideri, alle mie più aride paure.

Ormai lontano da noi, vorrei poter ricordare e dissetarmi di questo, eppure Egli è infranto da tempo contro il freddo e mai risolto compromesso della mia esistenza con le mille rinunce che non ho avuto il coraggio di affrontare.

Ci meritiamo un luogo migliore, e in questa personalissima valutazione temo di non poter aver riferimenti espliciti, ergo la mancata certezza delle mie affermazioni, ridotte altrimenti a penose sconclusionate conclusi.

Non penserai ancora me, ma l’illusione è forte più delle mie considerazioni, ingannato dal tempo che trascorso ha creato immagini e forme che ormai temo non più simili a noi, se un noi ancora esiste.

 

Matteo

 

Quel lembo che sovrasta il termine delle cose, e nasconde l’implicito essere di quelle terrene, quell’essere così imperscrutabile, inarrivabile realtà.

Io che poi temo che il tutto non potrebbe essere meglio di così, che questo interminabile desiderio sia la condizione migliore cui posso ambire.

In questa tenue immaginazione posso plasmare in una forma perfetta anche quello che in noi perfetto non è, ed in questo dubbio morale mi domando cosa posso perdere ancora se non il disagio di vivere condizioni più vere dei sogni.

    

 

 

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