Ivana

chi sono
 

Nella memoria della luce. Un tizio dòssi Bambini Pavèa Dietro ai vetri Le case Frammenti da un bicchiere per caso, affiancati In nessun luogo
Di ciò che resta dietro Voler bene Le commesse Il nome Guardalo Appunti di viaggio Adesso io ci sono Davanti al televisore Forse, domani Il rosso sull'Appennino
Senza replay Insolito mattino di febbraio Fioriture Fra cielo e mare In contro-treno Se domani Dopo la notte Van Gogh e non solo Dal balcone Ritorno
Ci vorrebbe coraggio Quando il cielo parla Un secondo in più. d'un fremito di gioia La mappa di un amore In ogni ora che va via Ora, noi Tra le labbra del buio, appena Il mio cuore è una ghianda della voce
Cartina stradale d'autunno un volo Nessuno saprà mai le parole Si era salvato Sottigliezze I fossi I vicini Ancora e ha detto: - ora scrivici un'altra poesia - Scie
Piano regolatore L'avevano chiamato Manuel Il Natale contadino - il voler bene non si dice - Bambole e margherite Tredici ore Ogni viaggio è un ritorno Mormorii nella notte cava Oggi Blu
                   

 

 

Oggi

I

Oggi la tua risata repentina
ha attraversato il vuoto
illuminato delle stanze
e mi ha raggiunta

a onde, a balze di seta,
gorgogliante, bambina
quel tanto che mi ha riportato
indietro, fino a quel giorno

di neve sulle colline e seme
finalmente aperto al mondo

tu, figlia, dolce stupore
come dal nulla o dal sangue

sei apparsa, sei

nei miei occhi un amore intero,
sui seni la tua prima dimora




II


e poi, oggi, mi contavi con le dita
quei goal sotto agli occhi, ostentavi
come da piccola il tuo pianto
a salire sulle guance accese

era evidente la distanza
dei pensieri accomodati sulle mie gambe
come in uno stato in luogo permanente

siamo rimaste entro la riga dritta
dei colori differenti, affiancati al nero
ognuna a sostenere una vittoria

al centro del campo, sulla riga curva
della schiena, la misura tonda degli affetti
 

 

 

 


 

Blu

 

Blu penzolante
bandiera di cielo
fra pelle e schermo
intimo sostenere del corpo
acceso della malinconia.

Fuori e dentro allarma
il suono d'una sirena:
lo placo, con quel poco
che posso, per darci
almeno una certezza
questa sera.

Ogni viaggio è un ritorno

Commuove quell'accendersi
poco prima della sera quando
tutto è silenzio e il mondo
è fuoco dentro agli occhi,


una mandorla di luce esclama
- slancio di passione sul cielo -
abbacina parole mai salpate
dal sangue all'orizzonte


nel buio splendore l'acqua
bacia il fianco delle canoe
dirama suoni e colori, muove
uno sbigottimento infinito


sulle mani non c'è più abbandono
c'è il senso vero delle cose
che chiama e ti viene incontro

 

 


 

Mormorii nella notte cava

Sono presente come un puzzle
ricomponimi

voglio essere tutta intera
ritornata

pianura di verde accesa
albero nudo, passero
nel tuo palmo, nido,


raggio che traversa
il brivido, poi cade

nel respiro e perde forza
 

Bambole  e margherite

 

C'erano bambole e margherite
petali sfogliati anzitempo
poche sillabe sulle labbra
sogni puri addormentati

e un destino che tagliava la strada.

Una donna, una figlia,
un cane abbandonato e ritornato
un rampicante indifferente
lucertole nelle crepe larghe
sulle pareti scialbe della vita

da lì in poi le rose piansero
nei mattini di primavera

 

 

 

 

Tredici ore

 

Perchè questo, forse, resterà:

bocche mute e sguardi erranti
nella notte, costellazioni accese
e una luna caduta sulle ciglia,

sugli occhi chiusi si vedrà
la solitudine o il rapimento
di una carezza svanita

a poco a poco, in angoli d'aria,
come se l'attraversamento del cielo
o del cuore fossero identici
 

Il Natale contadino

Era il Natale delle arance rosse
ascoste nelle veline fruscianti
i tappi della distilleria un dono
sotto al ramo del pungitopo:
il più bell'albero che si potesse avere


una sedia impagliata accanto al camino
-fuori c'era sempre il gelo -
le caldarroste sotto la cenere
un nonno e una bambina con le carte
nessuno più solo con l'altro a fianco

nelle case dicembre rintanava
sui vetri dai respiri appannati
c'era la lunga tregua dei campi
e il ritorno del tempo dell'amore:

io nacqui dopo il raccolto, in agosto
non seppi se valsi più del frumento
 

 

 

 


 

- il voler bene non si dice -

 

Non sai del mio vegliarti
quando sei di spalle e invento
un gesto qualunque se ti vòlti,
perchè mi sento allo scoperto
come una bimba colta in fallo,


ma non so ancora disegnarti,
non so, nascondere la falsa
indifferenza, mentre tagli
il vecchio dei gerani e parli
come se ascoltassero, assorti


- il voler bene non si dice -


l'hai dichiarato così:
un fulmine al sole
una ferita nell'aria, un rombo
ad ingombrare il silenzio.




Io mi ripetevo la sua voce
per confermare il senso delle parole,
ascoltavo questo germoglio d'anima
- radice e seme di madre -
ch'aveva la forza d'amare
come non sapevo d'amarla io.

 

 

 


 

Piano regolatore

Non erano gli anziani
radunati sui marciapiedi
come i fedeli sull’altare

né i bambini esiliati ai bordi
con lo sguardo abbassato
sulla palla delusa

era la fuga degli uccelli
a dire che lo slargo
verde, non aveva più scampo

in quell’ora del giorno
- già pentita - qualcosa
s’invocava, come una manna,

un conforto allo smottamento
nel grembo della città

dove un’altra dimora muta
s’avviava verso il suo principio
 

 

 

 

L'avevano chiamato Manuel

Il volto sconosciuto e le Marlboro
aveva girasoli dentro agli occhi
e l'orlo dell'anima sulla bocca

nel suo sguardo buono c'era
tutto il bene che in un respiro
sentivo rovesciarmi dentro al petto

non chiedeva, sfidava il dolore
sapeva, di lievitare dentro
come il pane, i sogni o i semi.


Certe volte con le mani sul cuore
tacendo semplicemente ritorna
ad infondere coraggio al buio e

prima che la luce si spalanchi
innalza un sipario sugli abissi
spinge ad un volo verso il cielo

con la forza dei rami, senza ritorno
 

e ha detto: - ora scrivici un'altra poesia -

Come sono morbide le parole dure
aderenti alla forma delle labbra
non si ribellano, si lasciano dire
hanno la forma incostante delle nubi

anche tacciono,lì, dentro al pensiero
gonfie come vele sull'acqua
o arse nella gola per il troppo respiro,
si parlano da sole come fanno i vecchi
dietro ad una memoria che non tace;


lparole innominate, senza lamento
indugiano appena in una nuova poesia
con finta noncuranza cadono nel verso
- mai finito di capire - simili all'olio
se ne vanno via dal pugno stretto

ma non è abbastanza colmo lo spazio  bianco
ha dell'amore il margine infinito


è infinito, come il margine di un amore

 

 

 

 

Scie

 

Poi vidi due stelle cadenti
sul cielo d'ottobre e la luna
confusa nello sbadiglio di luce.

Sentivo la morbida forma
del pensiero colarmi nel cuore
ma era un velo - lo sapevamo -
a separare l'incontro dei sensi.

Lontani il suono e la voce
solo acqua di rose dal buio
nelle stanze della mente
abbandonate dai loro confini.



Lì, dove la luce scala e tace
rincasavano parole senza scie
sparivano, come in un vuoto di memoria
 

 

 

 

 

I vicini

Un giorno le ruspe s’approssimano al muro:

via la ringhiera, il marmo, via le cose
della vita, mattone dopo mattone
fanno largo, aprono un varco, verso gli altri

ci si sente d’improvviso esposti, come spogliati,
scalzi, si trema dalle fondamenta, sotto ai colpi
agli sguardi un po’ curiosi e un po’ indiscreti

è l’occupazione dei vicini starsene ad osservare
come cade, pezzo per pezzo, il volto delle cose

sono contenti, lontani quel tanto che basta
non vedono i lividi salire sulle facciate di fronte
per capire se hanno ragione s’avvicinano,

rimangono nella danza dell’evento, come foglie

 

 

 


 

Ancora

(dedicata a Luigi 38)

Dov'è volta la mano arcuata
se non in quella carezza poco sopra
che il gesto fugace non raggiunge?



Ora che le parole sbadigliano
al suono di una giovinezza che non tace
e la luce entra negli occhi accesi

sbava parole ogni realismo e sogna
una verginità che faccia da cornice
all'eco di passione sulla lingua
della poesia, che vive al chiaro, al buio, ancora
 

Sottigliezze

Ritrovarsi
all'improvviso nel canto
della propria voce

è come uscire
da un pallore
da un rogo o una palude

nel tempo indifferente
così, a volte,
tra il vivere ed il vivere

passa la gioia
sottile, senza spessore

ma non sai se chiamarlo
resurrezione
l'eco che nel petto si discioglie
 

 

 



 

I fossi

Appaiono come specchi del cielo
                                  assorbono
figure e colori
                                  rubano
anche il volto
se osi avvicinarti
                                  fanno vedere
come tremano le cose certe

sono rughe nella terra
presentimento di sudori
speranze sui confini dei campi
                                 fanno ordine
senza chiedere niente
come linee di un dipinto
                                 esistono

i fossi dalle acque limpide
e le pietre ad argine tonde
hanno strade improvvise d'acqua
gorghi sempre dopo le pause,
sillabe saltellanti
come quelle dei bambini,
sotto ai canneti curvi
dal respiro fresco,
in mezzo alla confusione dei rovi
cresciuti in libertà
i fossi, guardano sempre avanti
sanno tutto:

dell'assottigliarsi degli spini,
delle trecce d'acqua a lenire
con movimenti tondi, ad archi
a cerchi, a imbuti, vanno

sanno cosa portare via ad ogni tumulto
cosa perde la bellezza del mondo
sanno la direzione del fianco
dove la solitudine s’acquieta
 

 

 

 

 

 

Nella memoria della luce.
(A Nicola Imbraguglio -
(11 settembre 2006 a due anni della sua scomparsa))

 

Tutto è, nella memoria della luce
e la vita nella vita vive ancora
più certa d'ogni corpo che respira:

il sole continua a saltare
l'orizzonte, la luna a rotolare
tra le colline come una moneta.




Oggi ti stavo cercando
ma non avevo altro luogo
se non il cielo, per farlo.

Era di troppa luce l'azzurro
ed ho spento con un braccio
sugli occhi, i raggi del sole.



Forse è così che si muore.
 

 

 

 

Un tizio

 

Non so s'era arrivato col treno
o col bus novantuno. Era solo.
Sorrideva come tra la folla
discorreva tranquillo con l'aria.

La valigia era parte di lui
la controllava come un'amante
come se contenesse un gioiello
o il senso ripiegato del giorno.

C'era qualcosa d'invisibile
in quel passo leggero e spedito


per capire talvolta le cose
non bastano gli occhi soltanto.

 

dòssi

Vorrei restare appena sopra le cose
quel tanto che basta a vederle nitide
precise come i campi da un aereo


ma non si resta in aria, si precipita
come fanno i tordi colpiti dal flash
di fuoco, o una pietra lanciata nel vuoto



sospesi in un brandello di tempo si sta,
come tra due secondi, prima del tonfo

 

Bambini

Crescono con il tempo veloce dell'erba
rincorrono fantasie diafane e follie
indifesi - come in amore - capriòlano

a terra, la guardano come se avesse colpa
si fanno seri, con le lacrime ferme
e sulla bocca una smorfia, tengono duro

controllano le mosse che fai.

Poi si vede chiaro quel sospiro salire
dal petto alle spalle e riprendono
a tessere di corsa la tela sul prato
come se ci fosse qualcuno da catturare.

Viene da domandarsi dove sia il mistero
per imparare in un secondo la bellezza
del bene che ti passano con gli occhi.
 


 

"Pavèa"
(farfalla)



Ce l'ha negli occhi suoi di miele
quella tonalità calda di colore
che muta dal senape al salmone
non appena un filo di luce osa
fra le tende e scontorna il volo
che dal soffitto lentamente oscilla.

Col capo chino nel tempo
lungo del pensiero e il pennello
gemello alle dita affusolate
modellava lontananze
con carezze stese sulle tele,
sul corpo lieve di farfalla.

E' chiara come una fotografia
la somiglianza tra il mento alto
e la linea delle ali, del librarsi
con la levità di chi non teme
di guardarti bene in viso
per vedere l'essenza che hai.

Dal quadro il segno fluido
sfiora il muro, le piante, i divani
attraversa il vetro, scorre,
ti viene incontro nel cavo del cuore
si lascia ammirare per quello che è
innamora ogni volta di nuovo.
 

 

 

 

Dietro ai vetri

 

Dietro ai vetri il mondo non ha parole
fra nebbie di respiri, luci e ombre,
le strade nella notte s'assottigliano
sotto la calla argentea della luna
cara, che sbircia tra i tavoli dei bar.


Io guardo, mi commuovo, ammiro il cielo
e quel che resta occulto nell'incendio
spento delle stelle, sopra le panchine
dal volto vuoto, elette alle partenze
col tempo che non basta all'affezione


- chissà se mai avrebbero voluto
rincorrere un amore, liberarsi -


Non saprei dirti se era inverno o estate
- c'era il senso perso della stagione -
quando mi volsi per l'ultima volta
vidi sul vetro specchiati i miei occhi
e sul viale l'abbaglio dei fari.
 

Le case

Le case, di sera, hanno un'altra parvenza
sottomesse allo sguardo sveglio dei lampioni
non palesano nulla, sono scrigni ben chiusi

nella scena di sempre la luce s'intrufola
a linee, a bolli dalle persiane e sui soffitti
abbozza il sonno delle cose, dei volti, dei sogni.

La lingua della notte tra sponde di muri
s'allunga sull'asfalto, srotola il silenzio
lungo marciapiedi di storie dissolte o
ferme sulle porte - bocche chiuse per decoro.

L'aria sembra assente, svuotata è la città
nessun movimento sulle facciate, ombre immobili
nessuna voce nel deserto di suoni e clamori
solo spaesamento dalla via al centro del petto

un preannuncio che comincia dal cielo stellato
come se il mondo, all'alba, dovesse rinascere



 

Frammenti da un bicchiere

Era l'odore del vino sul mio bicchiere
- ne prendeva sempre uno a caso -
a dirmi della sua vicinanza

il sorriso saliva sul volto buono
l'umile fronte s'aggrottava
- era un cenno di scusa -
mentre il vetro distillava
il mio broncio di bambina
in uno sguardo ampio di pace.

Teneva il bicchiere con le mani
grandi, fatte scure dalle fatiche
con le crepe svelate dalle carezze
- appiglio involontario per i capelli -
bianche e vere divennero quel giorno
vinte dal freddo, ferme sul ventre.



C'è sempre un coro d'amore intorno
e il tempo lungo della polvere, dopo

 

(a mio  padre)

 

 


 

per caso, affiancati

 

Accade che quando uno insiste
lo guardi bene in faccia
per capire fin dove vuole arrivare

Li vedi gli occhi a risalire
i gesti che ti vengono incontro
tieni lo sguardo fermo come un muro
come uno scoglio in mezzo al mare
e l'intenzione sta lì
grande come un manifesto
all'uscita dalla stazione

Si impara in fretta la giusta distanza

Si torna sul panorama dei sassi, così tondi
così l'uno sull'altro senza spazi
li senti ad uno ad uno sul costato, vivi,
con l'insistenza di certi pensieri premono

si rimane di fronte, ciascuno al proprio posto
o altrove, indifferenti in quel sorso di mare,

nudo il dolore, davanti agli occhi di tutti

 

 

 

In nessun luogo

 

In nessun luogo sarà il tuo vedermi pieno:

sulle vie intrecciate di venti e nuvole
sulle onde accavallate del fiume
sulle stoppie dal caldo bruciate, io sarò

fumo nell'aria che resta dopo la partenza
come un fischio prolungato del treno.

In nessun luogo mai un punto fisso potrà dire
d'avermi visto abitare un prato a salti,
capriolando o china come viandante sulla via

eppure s'annuncia chiara al cuore l'affezione
a questi cammini inquieti delle ore su di noi


 

Di ciò che resta dietro

Di quello che una porta lascia dietro
col taglio d'aria, non sa, non può vedere
la tenerezza trattenuta dentro al petto

il via vai nel bosco dei pensieri
lo spettacolo che fa sulla fronte
quella carezza mancata sul volto

non sa del nulla nelle stanze
della luce che frana a mezzogiorno
del pianto dolce amaro delle ombre

del senso dell'amore che dilaga
come il grigio sui colori in certi giorni

non sa del suo chiudersi somigliante
alla bocca del tempo spalancata
dove il fiato confluisce e si consuma


 

Voler bene

Voler bene a qualcuno è un cerchio
antico come le mura di un castello
abbarbicato sul colle con gli olmi
i rampicanti, le risa, le rondini


cammina dentro questo sentimento
grande per uno, per due, per tanti
che ti stanno accanto, come le colonne
sul sagrato della poesia


e lo stupore delle cose pure ti coglie
nella trasparenza dell'affezione,


perchè se la bellezza dell'altro
non innamora, l'ansia del giorno la senti
il campo di grano che non spiga lo vedi

e allora, in questa vita, cosa stai a fare?

 


 

Le commesse

 

Le commesse dalla grazia nelle mani
in origami precisi avvolgono le cose
-al pari di gioielli- poi le allungano
come fossero un'estensione del cuore
con un sorriso che s'apre a molla
sulle labbra e t'avvince in un baleno

hanno capelli ribelli alle cuffie
ciglia lunghe fino ai tuoi occhi
che ogni lampo di fretta e dolore
ogni cambio d'umore afferrano
fino in fondo ti spogliano l'anima

poi lanciano quell'invito silente
quella speranza d'un altro ritorno
una fiducia che non vuole promesse
mentre l'eco del sorriso già chiuso
fuori il carrello della vita sospinge

 

 

 

 

 

 

 

Guardalo

Tremano le foglie delle rose
nell'abbandonarsi al timido vento
al lento ed armonioso tubare
della luce che attraversa e risale
le vie della linfa
fino all'ultimo grido dei petali

tremano, come sulle labbra
parole ubriache non dette
come un gesto sulle mani fermato
e tu guardalo questo stupore
che cresce, che muore nell'aria

tienilo, con funi di pensiero
ogni volta che oscilla ventoso
è un miraggio che naufraga
nell'abbraccio infinito del sole.

 

 

 

 

 

Il nome
 
 Sono vent'anni che cammino
 
 su questo prato di margherite
 
 e radi quadrifogli 
 
 senza averlo mai abitato 
 
 e la casa
 
 ora che mi è familiare 
 
                      si allontana;
 
 questo muro
 
 di pietre e luce chiara
 
 cosa sta dicendo 
 
 al coro degli alberi intorno
 
 al mare che appena intravedo
 
 dalle fronde bucate del gelso.
 
 
 
 Qualcuno mi chiama. 
 
 Oscilla nel vento il mio nome.
 
 Lo ripeto in un silenzio di labbra
 
 e poi ancora, 
 
                         ancora
 
 
 
 E' come quando guardo 
 
 la mia valle da un'altra collina
 
 e cerco un appiglio
 
 un dettaglio che confermi
 
 l'essere sempre la stessa
 
 
 
 nell'inevitabile mutare
 
 rimane l'invarianza del nome.
 

 

Appunti di viaggio

Parlavamo di cose passate
quella sera
della fiumana di versi
sulle dita, nati come figli
dopo una marea
placata dal di dentro

Parlavamo di fronte
alla vita che ci scrutava
ed era così vicina
che si capiva il mutare
del lento respirare
in battito impaziente

e di questa esistenza
simile ad una cagna
che supplica una carezza
poi esitante fugge
sul ciglio della solitudine
verso lontane vicinanze

della bellezza, parlavamo
del suono accordato
all'inizio d'ogni respiro
quando la fine
non era ancora pensiero

 

 


 

Adesso io ci sono

Ti parlerò con l'umiltà
della farfalla, con voli muti
a onde mi farò ritrosa
quando fuori dal tuo tempo
dalle sonorità della tua voce
fingerò che sia di nuovo inverno
e cercando ogni lieve
tuo movimento l'incarterò
nel giorno che si chiude

Ora fisso il cielo nei miei occhi
tutte le volte che un guizzo di sole
lo attraversa e cerco tracce
del calore che anima la terra
perché ogni piccolo dolore
abbia un'ombra che l'accarezza,
intanto ascolto questo miracolo
che mi batte nel petto
e mi ricorda che io ci sono

 

Davanti al televisore

E' come due linee parallele
lo sguardo delle persone
davanti al televisore.

Stanno sedute sul divano
ma non sono lì dove sono
non parlano ma dicono
di quello che stanno tacendo.

Le pareti, i mobili, le cose
guardano dentro e vedono chiaro.

Si resta fermi. In contemplazione.
Come se si rompesse un incanto
o peggio si scoprisse un pericolo.

Una forza sconosciuta trattiene
in quello spazio. Chiuso.

Tra gli occhi e lo schermo
in mezzo alla stanza, c'è la verità
immobile nel vuoto d'espressione.
Fa quasi pena. Resiste.

Come ogni solitudine vive
amando la propria condanna.

 


 

Forse, domani

Forse domani la luce a balzi, a onde
ci sorprenderà sul solito lido

ognuno a seppellire sotto la sabbia
o sotto i flutti con bracciate fitte
dopo aver errato a lungo separati

come se fosse d'Ulisse il viaggio
avventuroso di ritorno ad Itaca

e delle cose perse e delle battaglie
non un segno sul palmo riverso
solo la forza di protenderlo ancora

come se fosse un dono essenziale
un prolungamento amoroso del cuore
 

Il rosso sull'Appennino

Come s'impone il rosso sull'Appennino
la sera sembra un disvelare di passioni
a cielo aperto, un dirlo audace al mondo
poi dirada lesto e senz'orma.

Degli amanti ha la movenza
delle tue labbra le parole
ferme ai semafori in città;

ho visto la luce lasciare spazio
all'ombra, come in amore l'alternanza
misteriosa di furore e pacatezza.

 

Senza replay

Oggi c'era un vento su nel cielo che spogliava le nuvole
le sbrandellava come fossero trame d'un lenzuolo liso;


il filo di luce nella cruna, non bastava a ricucire
l'orlo del giorno consumato dal lento trascinare;


e noi, pezze da imbastire, con punti fitti, in un costume
da indossare giusto il tempo d'un atto unico sul sipario,


nell'inconsistente apparenza, a chiederci quel che saremo

 

 

 

Insolito mattino di febbraio

Si respira più aria stamattina
c'è spazio fra le case del paese
dalla piazza arriva un chiaro
che incede assorto sulla via

in questo posto di cose nitide
la luce appare soddisfatta:
qualcosa basta, qualcosa manca.

La gente chiacchiera o canta
o abbaia come quel cane fermo
al crocevia e non si sa perchè.

Anch'io resto nel punto da cui osservo.
Preferisco l'allargarsi del silenzio.

Solo il pensiero va alla deriva
nell'azzurro spaesato del cielo
come se fosse appena uscito dal dolore.
 

 


 

Fioriture

Certe fioriture
mettono le radici negli occhi

Hanno una dolcezza che attraversa
anche i giorni sazi di tristezza

Nel vuoto ti vengono addosso
lasciano afflati e vicinanze
e un balbettìo che preme sul cuore

Non ce la fai ad andar via
dalle porte semichiuse della gioia
e stai nella paura dell'aprirsi di colpo


 

Fra cielo e mare

Fra cielo e mare fluttua un’idea
un chiedersi perchè il tempo
con l’acqua levighi e con l’aria corrughi
quale alto mistero sovrasti o sottenda
o se sia solo droga di pensiero;





di me sia una linea morbida di luce
uno sbaffo, non un punto caduto
in un luogo o in un ruvido secondo

una scia pastello in dissolvenza
memoria di una vita che scolora

di me sia un pensiero che credevi perso
l'eco di una nota in braccio al vento

e prima che la luce ti abbia vòlto il volto
cercala ancora nella traiettoria dell'ape
nell'aprirsi lento dei petali in febbraio

cerca fra cielo e mare, da nessuna parte
e in ogni luogo, il soffio della vita attende
 

 


 

In contro-treno

Dove la corrente del fiume s'ammassa
e il sole s'aggruma sull'acqua
dall'una all'altra sponda,
fino a questo tronco levigato
che mi sostiene, come se fossi edera,

qui, sull'ultima panchina
Esino caro, dove ci si sporge
fino a specchiarsi
tornerò a lavare la rabbia
nei giorni di stanca,
così che il ritorno
non sia un rimbalzare di buche
ma un andare liscio
come sul ponte di tavole.

Qui, appena oltre la fretta
del vivere nell'apparenza
un gesto di saluto che incontri
è un lungo discorso nell'aria.

 

Se domani

 

Se domani
in una pausa di secondi
il pensiero ti riportasse a me
fermalo,
anche se non ti sarò accanto

con lo sguardo avanti come le ore
andrò saccheggiando la luce del giorno
per trovare il senso
di questo stare al mondo

e mi volterò ad occhi chiusi
verso quell'infanzia vissuta
appena un poco
senza aver avuto il tempo
d'imparare la parola amore

noi almeno sappiamo
del suo esistere

 

 

 

 

 

Dopo la notte

Appena fuori dal buio stamattina
la solita luce mormorava di te
come le acque chiare del fiume
illuminato da due soli.

Provo a scriverti una poesia
d'una lettera sola
che contenga un'emozione
una carezza antica
come quella dell'amanuense

e poi vocali e consonanti
senza pudore,
per il desiderare silenzioso
che attraversa le vie del corpo
e dice di ciò che vuoi.

Vorrei rileggerla, ma non c'è
segno, bianco è l'inchiostro
come il foglio e tu dove sei
in questo cielo mai uguale
quale aria ti sta sfiorando
adesso...

 

 

Van Gogh e non solo

 

Quando mi fermo sull'argine sinistro
del fiume a guardare il campo arato
della vita, ritrovo nel canneto
parole consumate cresciute magre

erano semi buoni e tu il seminatore
- come nel quadro di Van Gogh -
ma non badavi alle spighe fuori tempo
ai corvi, al volo rasente, al ventaglio
di sole che lasciavi alle spalle
all'ombra orfana che ti precedeva

di sera i pensieri falciati
non odoravano mai di taglio fresco
e quella goccia asciugata
col dorso della mano era sangue
non rugiada sul tralcio della vite

il cuore prosciugato imparava
l'apnea del battito, del respiro
era vento, non un soffio che diviene alito
quella parola che non sapevi dire
e calpestavi, calpestavi i frutti
come se dell'autunno non fosse la potatura

Esangue è il cadere in una stagione
che non si riconosce, nel palmo semichiuso
un nido di cose care e luce silenziosa.

Raramente sul cielo nudo di colpo appare
un avvertimento che sia alla vita somigliante.

 

 

 

Dal balcone

 

Li vedi andare vestiti d'un grigio
che non sai se di cielo o di terra

coi fazzoletti annodati sul mento
e i cappelli di feltro sulla fronte

-l'ombra fragile accanto-

le mani anchilosate sul bastone
le parole fitte, il passo lento
il solito richiamo dalla strada

a lei che dietro la finestra guarda
i passanti e conta il tempo coi tagli
dei capelli, con le partite a carte

a scalare quel poco che le resta

mentre trascina il cuore sui gradini
chino il capo per non mostrare  il volto
umano della pena ch'io conforto
 

Ritorno

 

E' l'ora dell'addio
al giorno.

Un ripiegare d'ombre
e muto

sull'asfalto
un elenco d'insegne e luci
sottolinea
la via ed il ritorno

c'è nell'aria
l'eco del volto
del vento
che ancora canta
la sua voce.

Inutile girarsi
è notte.

Da piccola
temevo il buio
ora sono qui
e provo ad amarlo.

 



 

Ci vorrebbe coraggio

Ci vorrebbe coraggio
un sogno o un seme buono
di quelli che bucano l'asfalto
spuntano, cadono e ancora
incuranti della stagione

o un quadrifoglio
che offra un senso
un verde illuminato
al grigio dell'assenza
al cuore esiliato in gola

non si può indovinare
l'inizio e la fine del mio pianto
tu lo sai che s'asciuga lesto
perchè io piango al sole
o lo maschero di pioggia


 

Quando il cielo parla

 

Quest'inverno di freddo
allarma vene e cuore

è vischio sulle ciglia
volte al discorso calmo
del cielo sulle cose.

E' sfarfallio di versi
svuotati d'ogni senso

caduti in mezzo al foglio
dove tutto si fa bianco
come in un calar di forze.

E' un monologo di neve.

Qualcuno ci vede un pianto
qualch'altro un'infiorescenza
io ci penso ancora su.

 

 


 

Un secondo in più.

 

Ci sono luoghi noti non svelati
dove il passo inciampa sulle foglie
mentre il fumo spegne sotto ai greppi
la luce del pomeriggio poi spande
odore di pigne e cose sperse

si va e si rimane nella preghiera
che nulla concede alla stagione:
né linee, né lune, né lampi
solo un viaggio che si consuma
sulle spalle, sulla pelle del giorno

in quest'anno che sembra più pieno
per quel raro secondo rubato
- che sia un premio di consolazione
                                              chissà -

 

d'un fremito di gioia

Nell'inizio d'ogni inizio
c'è sempre un clamore
di parole che travasano
lingue che si rivelano

Siano i tuoi occhi nei miei
a dar colore e vita al viso
un fiore che attende il frutto
languore che salda e acquieta


Così se tu credi che sia tempo
di porte socchiuse scostale
senza folate di tende e ciglia

che quasi è inverno e il gelo
infiamma dove nessuno vede
l'incanto d'un fremito di gioia


 

La mappa di un amore

Voler concepire la mappa
di un amore è come rubare
le linee d'un volo al cielo
al tempo, allo spazio, un volo
imprevisto che muta, devia
vira, s'eleva, diviene
un punto appena percettibile
un astro nascosto dal giorno

ai tuoi occhi quando lo senti
quasi sulle dita, a sfiorarti

mentre guardi

fili d'erba tremare al decollo
nuvole celare tracce d'aria

e il suono gentile dell'elica
che s'attenua, è un eco infinito
un ritmo che allarma le giunture
che martella fino alle ossa

per indovinare le vie di un amore
devi rischiare un viaggio indifeso
in delirio senza peso nè ombra

devi entrare nel cuore del vento
 

 

 

 

In ogni ora che va via

Viene da domandarsi
se ciò che manca ci sia
mai stato, se era scritto
nel nome o sulla pelle

sulla parabola del tempo
il vento soffoca la gola
e la lingua del silenzio
batte chiodi di parole

a giorni alterni guardo
appena verso il cuore
al non futuro delle cose

alla pazienza fiacca
che implora la costanza
in ogni ora che va via

 

Ora, noi

Sei vento che sfronda
la mia vita,
un tormento che indugia
come falena
sulla lampada

fai scempio nel labirinto
dei miei pensieri
t'intrufoli e li possiedi
fin quando il tempo
della notte si addormenta

fingi una pausa
una dimenticanza,
ma io sento la tua mano
guanto sulla mia,
una tenerezza piena

un prodigio tremulo
che mi imbriglia
mentre sono in fuga,
per trattenere svelto
il filo dell'abbandono

non vacilla l'anima
sulla cengia del cuore,
avvinto nel dilemma
tra amare o perdersi
hai già scelto, accadrà
 

 


 

Tra le labbra del buio, appena

 

Dentro la sera
oltre il timpano dei vetri, oltre
s'intuisce il silenzio della neve.




Potessi vederti tra le labbra del buio
appena mosse da fili di parole

sarei fiamma sui ciocchi del camino
assorta nel tuo parlare confidente

basterebbe il tuo fiato al mio,
al crepitìo d'un sogno a luce piena.

Che non sia d'un'ora di passaggio
questa calma che cala sulle mani

non sia cenere stretta all'alba
ma spettacolo paziente di scintille

dentro la sera, così all'improvviso
dimmi di quello che preme sulle vene

sarà poco o abbastanza la somiglianza
d'una dolcezza che trema sorridendo.
 

 

 

Il mio cuore è una ghianda

 

Sentilo questo cuore
è una ghianda che si stacca,
il sonaglio del ritorno
sul volto della quercia

sta cadendo nella tua fortezza
perde la traiettoria, scivola
nei tuoi gesti, è nutrimento;

tutto si riscalda e svapora
dalla terra, s'inclina verso
non si oppone, rotola e poi sta
ovunque o in nessun luogo

tu non lasciarlo andar via così
in controluce, senza fiato
inseguilo con le mani appese al vento

 

della voce

Essere nella tua voce
-onda sonora tonda-
che approda al centro
del petto con spirali
di vocali e consonanti

lasciarsi attraversare
inermi dai suoni
vestiti coi tuoi gesti

risalire la voce per
averti qui, con due parole
due funi a trattenere

un'essenza o un'assenza
nell'apnea di un respiro


 

Cartina stradale

E’ bastato un momento, uno sguardo
sbieco al bivio della strada

ed è stato come vedere
da un viluppo di sterpi
una fioritura inaspettata di luce;

era in quel confine la partenza
la fuga dalle comari verso il moderno
il gonfiarsi della gioia nel petto

era dopo quell’ultimo passo
-la stradina bianca alle spalle-
che tutto pareva iniziare

come se l’essere della via
-di ghiaia o d’asfalto- potesse
tirar dentro ad una vita o in un’altra

come se in una cartina
ci fossero i se ed i però
le svolte, le piegature, gli strappi,

la mappa esatta delle cose e del tempo

 

 


 

d'autunno un volo

 

S'abbassa l'aria
sui campi è nebbia
rincorrono la strada
il grido della terra
e qualche nero uccello

Non segui lontananze
né luoghi, tutto è
in uno sguardo breve,
nel giorno che non s'apre
e non si guarda dentro

Dove sarà la luce
prima di rovesciarsi
in quale cielo prima
di cadere dall'alto
come le cose grandi

e questo grigio
che oppone resistenza
raggiante d'affanno
in volo o in sogno
vorrei sedurre,

ritrovarti nel
clamore delle cose
che non vedevo
quando mi ardevi
davanti agli occhi
 

 

 

Nessuno saprà mai le parole

Mi sorprende il frullo d'ali
d'un passerotto che audace
si posa a due passi da me
sui riccioli di ferro battuto
è lui pure un curioso decoro,
lo scruto e respiro piano
per non farlo volar via.

Nessuno saprà mai le parole
segrete del suo cinguettìo
rubate dalla gazza ladra del vento
in questo mezzogiorno d'estate.

Le mie parole le so solo io
le infilo nella cruna della mente
e ricamo merletti da cucire
sul ventaglio di solitudine,
azzurra compagna dei giorni.

Tremulo è il contorno delle cose
e del domani la trama di vita,
ma io la indosso come seta preziosa
poi raccolgo paillettes di sole e
le appiccico sul décolleté
per illudere i sogni nell'aria.

 

Si era salvato

Si era salvato
solo lo sguardo
sghembo, di sera
null'altro

i passi muti
erano un dileguarsi

una fuga, una colpa
o un peso
che non si svelava mai

un viaggio nel buio
della sofferenza

il sonno rendeva breve
la lunga notte accanto

era tristezza o paura
o una festa
la voce chiusa nel petto

era sempre di spalle
come se avesse scambiato
il viso con la nuca

tutto si poteva
rivivere
se non fosse stato
che la sua presenza
era come un castigo

 

 

La proprietà letteraria è dell'autore. Ogni riproduzione è vietata.

 

 

Home page  |  L'autrice del sito  Le pagine del sito     

         

 

span>

 

S'abbassa l'aria
sui campi è nebbia
rincorrono la strada
il grido della terra
e qualche nero uccello

Non segui lontananze
né luoghi, tutto è
in uno sguardo breve,
nel giorno che non s'apre
e non si guarda dentro

Dove sarà la luce
prima di rovesciarsi
in quale cielo prima
di cadere dall'alto
come le cose grandi

e questo grigio
che oppone resistenza
raggiante d'affanno
in volo o in sogno
vorrei sedurre,

ritrovarti nel
clamore delle cose
che non vedevo
quando mi ardevi
davanti agli occhi
 

 

  Nessuno saprà mai le parole

Mi sorprende il frullo d'ali
d'un passerotto che audace
si posa a due passi da me
sui riccioli di ferro battuto
è lui pure un curioso decoro,
lo scruto e respiro piano
per non farlo volar via.

Nessuno saprà mai le parole
segrete del suo cinguettìo
rubate dalla gazza ladra del vento
in questo mezzogiorno d'estate.

Le mie parole le so solo io
le infilo nella cruna della mente
e ricamo merletti da cucire
sul ventaglio di solitudine,
azzurra compagna dei giorni.

Tremulo è il contorno delle cose
e del domani la trama di vita,
ma io la indosso come seta preziosa
poi raccolgo paillettes di sole e
le appiccico sul décolleté
per illudere i sogni nell'aria.

  Si era salvato

Si era salvato
solo lo sguardo
sghembo, di sera
null'altro

i passi muti
erano un dileguarsi

una fuga, una colpa
o un peso
che non si svelava mai

un viaggio nel buio
della sofferenza

il sonno rendeva breve
la lunga notte accanto

era tristezza o paura
o una festa
la voce chiusa nel petto

era sempre di spalle
come se avesse scambiato
il viso con la nuca

tutto si poteva
rivivere
se non fosse stato
che la sua presenza
era come un castigo

 

 

La proprietà letteraria è dell'autore. Ogni riproduzione è vietata.

 

 

Home page  |  L'autrice del sito  Le pagine del sito