Leda B.

 

Gli applausi

Fa freddo

       

 

 

Gli applausi

Gli applausi, ripetuti e calorosi, chiamano ancora una volta gli attori alla ribalta. Eccoli, stanchi e felici, il trucco un po’ sfatto, le mani alzate in un saluto che è un abbraccio.
E’ stato bello, ma ora è finito.
E’ sempre troppo brusco il passaggio dall’euforia gioiosa al definitivo richiudersi del sipario. Quasi un abbandono. Bisogna andare. Il cappotto sul braccio, “scusi”….“permesso”. L’atrio, porte a vetri spalancate, rumore dal portico, fari d’auto. No non ancora. Torno sui miei passi e seguo una lama di luce che filtra da una tenda. Uno stretto corridoio, un andito buio, voci lontane dai camerini. Salgo pochi gradini e, ad un tratto, mi trovo dietro al palcoscenico. Sono certa che è un luogo proibito agli estranei e vorrei tornare indietro, scappare, ma, più della curiosità, mi tiene una forte suggestione. Mi guardo attorno: da un gancio pende un mantello, su di un tavolo è posata una spada di latta e, più in là, una corona opaca e negletta, la stessa che poco prima avevo visto risplendere sulla testa del re, sotto i riflettori.
Avanzo piano nella luce incerta e, d’improvviso, mi trovo fuori, o dentro, insomma nel mezzo del palcoscenico, davanti al vuoto della platea semibuia. Lo scenario alle mie spalle, d’una livida, finta petrosità, ritaglia i confini di questo luogo immaginario, di questo spazio dentro al quale, poco prima, erano state sussurrate e gridate parole di amore e di morte. Da questo guscio vuoto era balzata non solo la fisicità degli attori, ma l’anima inquieta dei personaggi che in quel momento era la loro stessa anima.
Adesso c’è silenzio, e un odore asciutto di vecchie cose polverose, un’aria di abbandono, di riposo e di attesa. Le due facce della medaglia.
Quel che provo non è delusione, disinganno, ma una grande, ancor più grande ammirazione per il mestiere dell’attore.
Penso alle parole che un personaggio pirandelliano, Cotrone, rivolge a un suo interlocutore: “Il miracolo vero non sarà mai la rappresentazione, creda, sarà sempre la fantasia del poeta in cui quei personaggi sono nati, vivi, così vivi che lei può vederli anche senza che ci siano corporalmente. Tradurli in realtà fittizia sulla scena è ciò che si fa comunemente nei teatri”.
Vanità d’autore! Guardi Sig. Cotrone, guardi queste squallide cose prive della luce, del movimento, della vita che ogni sera viene loro infusa come per un “fiat” da un gruppo di attori, di commedianti, di persone capaci di diventare personaggi, creature sempre diverse, eroi e diseroi, fino a quel momento vivi solo sulla carta. Dar vita a fantasmi cristallizzati, tradurli in realtà fittizia, è un lavoro d’invenzione alla pari con l’Autore. E’ un lavoro duro e impietoso; non ci sono formule che tengano e si ricomincia sempre da capo. Un lavoro che qualche volta riesce in modo supremo, qualche volta no .  Nonostante la “fantasia miracolosa” del poeta.
Peccato, sig. Cotrone, che lei stasera non fosse laggiù, vagante tra il chiarore di quei visi alzati verso il palcoscenico. Avrebbe visto lampeggiare spade, fluttuare mantelli, risplendere corone. E avrebbe udito parole d’inchiostro farsi suono e quarti e pareti crollare e applausi, tanti applausi: il risultato di un “non comune lavoro di traduzione”. Qualche volta capita.
Mi dispiace per lei, sig.  Cotrone, ma questa sera, tra autore ed attore, c’è un premio da dividere, un miracolo da spartire a metà.

 

 

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Fa freddo

Fa freddo, una serata da lupi. Dalla finestra vedo il giardino squassato dal vento e dalla pioggia. Uscire è da pazzi. C’è un buon film questa sera alla televisione; potrei accendere il camino, mettermi in poltrona e godermi il fuoco, magari sonnecchiando un po’. L’idea, per un attimo mi intenerisce ma so benissimo che non farò niente di tutto questo. Perché c’è un’altra poltrona che mi aspetta. E’ più scomoda e più lontana ma questo non mi fermerà; neppure la pioggia che si è trasformata in neve.
Così, una volta alla settimana, quanto dura la stagione di prosa, butterò alle ortiche la mia serale pigrizia per soddisfare una passione che mi porto dentro da sempre.
La passione per il teatro è una malattia seria, non  mortale, ma incurabile. Per fortuna non ho mai conosciuto un malato che volesse guarirne. E’ una passione che dà emozioni e sensazioni difficili da tradurre in parole, ed anche se spesso questo atto di fede viene tradito da verbosità e funambolismi mal riusciti, non si spegne mai, anzi risorge, come un ceppo di virus, storditi ma non vinti.
Fare teatro è sempre stato un’esigenza dell’uomo, attore e spettatore (la parola teatro deriva da greco “guardare”), fin dai tempi di Tespi che trasformò il ditirambo in azione dialogata e portò in giro i suoi spettacoli su di un carro ambulante.
Sono passati 2500 anni e c’è sempre qualcosa di magico e affascinante nel rito ripetibile ma sempre nuovo della rappresentazione teatrale.
Si abbassano le luci, le voci si spengono in bisbigli, fruscia il sipario. Tutto è fermo, silenzioso. Ma ecco, qualcosa si muove, qualcuno parla, una battuta dopo l’altra l’azione si snoda. Se un brivido ti coglie e un incanto, se l’illusione è più forte delle consapevolezza della finzione, allora è segno che il teatro e che l’attore è riuscito nel suo intento: ha lanciato la sua rete avvolgente, modulante, si è creato un transfert fra palcoscenico e platea.
Quando il gioco riesce (ma è un gioco?) tutto diventa chiaro e semplice. Sai perché sei su quella poltrona e perché ci sarai la prossima volta.

 

 

 

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