Curriculum letterario...
succede, di nascere. succede un po' a tutti. pataplaf! dopo, ognuno ha la sua strada da percorrere. almeno così crede. piano piano si capisce, o si intuisce, o lo si avverte ma non ci facciamo caso, che esistono tante strade, convergenti, divergenti, parallele.... io ho imparato che bisogna percorrerne quante più possibile. per questo scrivo. canto. poeto (orribile..meglio poeteggio?). lavoro......... ho fatto molte cose, ma soprattutto mi attira il pensare di doverne fare molte altre. la cosa più bella che ho fatto, non l'ho "fatta" io. purtroppo per me (ma per fortuna per lei) l'ha "fatta" la mia compagna. si chiama Eva. per il resto ho sempre scritto racconti e canzoni, da poco anche poesie. comincio ora a farli andare a giro, con insistenza. risultati? un racconto (Applauso) pubblicato sull'antologia "Racconti senza Rete" della Di Salvo Editore, una poesia (Carezza) pubblicata nell'antologia "Tra un fiore colto e l'altro donato"della Aletti Editore. un'altra poesia (Prima che il tuo silenzio) selezionata come finalista al premio "Finalmente Poesia" organizzato nell'ambito della Settimana della Cultura dell'isola di Procida. La stessa poesia ha vinto il Premio "Cuore Diafano" nel gennaio 2006. la poesia "Insonnia" è stata selezionata tra le cinque finaliste al Premio Alois Braga del 2005, mentre il racconto"Exodus" ha ottenuto il 4°premio al concorso "Trentarighe" della agenzia "Il Segnalibro"...diverte! il mio lavoro? ho (già) fatto il conduttore radiofonico, il promoter di spettacoli, il tour manager, il produttore discografico, il direttore artistico di festival musicali e l'organizzatore di eventi culturali e ricreativi.ora faccio l'imprenditore nel campo del ristoro e della somministrazione al dettaglio. vale a dire invento e gestisco bar. per adesso, naturalmente. da grande farò qualche altra cosa.
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Alla finestra, una notte, l’estate.
Brilla l’estate nel cielo di notte piccole luci che bucan la tela significanti d’immenso splendore che suggerisce, t’invita, declina.
Siam come morti per viverci dentro gomiti inquieti contro il davanzale guardiam passare i momenti prestati lembi di tempo, alle “cose da fare”.
Facile adesso non cedere al sonno farsi rapire dai suoni lontani son tutte nuove le notti d’estate corron veloci, come gli eurostar.
E la bellezza è lì al finestrino un fischio forte e svanisce in ricordo; resta un binario, due sassi anneriti il senso amaro di un treno che va.
Vien quasi voglia di chiuderli, gli occhi per ritrovare l’inverno di notte quando rimani da solo a tentare d’indovinare le voci dei cani.
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È un cielo enigmatico, questo:
ondate di rosa che il nero drappeggia la nube aggrappata alla vetta il monte imbrunito. La sera che suona campane al convento.
Risposte nascoste tra i fiori incollati allo specchio da mano di bimba.
Se chiedi alle foglie raccoglierai i dubbi di un uomo sul ciglio che aspetta la notte guardando stupito il cielo a novembre.
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a disegnare gli occhi di una follia imperfetta
annuso l’aria intrisa del nostro odore avvolto dal suono della notte
e libero farfalle dal libro delle fiabe che dorme sul cuscino
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Se l’inferno ha un paradiso è laggiù, tra la quinta e Madison a un passo da Central park e due da Broadway
Paradiso dell’inferno mascherato di certezze di avventure e libertà nella vita del Village
Qui in basso, anche le vecchie ringhiano tassisti portoricani t’investono al primo rosso utile devi correre per sopravvivere
Sbagli block e sei perduto sguardi neri trasversali accompagnano il sudore che ti cola dalla schiena
Lassù, qualcuno pulisce la cattiva coscienza dei vetri d’un palazzo di finestre chiuse bene sul mondo
Manhattan ha le tue cosce inguainate in calze a rete: un addio di contrabbando lungo i docks al chiar di luna.
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Ogni tanto ritorno alle strade bagnate di Pondicherry e ti tengo per mano ti accarezzo la testa.
Sento l’India che si asciuga le vesti e cosparge di petali rosa una strada, un tramonto, una vita.
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C’è l’ onda che fa il verso alla montagna s’infrange nello specchio degli occhiali sotto la pelle il mare ci nasconde scrigni di gioia ormai dimenticata
paguri sopra dune d’emozioni ci trasciniamo dietro i rifugi per rintanarci al prossimo sussulto senza il coraggio di sperimentare
sul grande palco dell’ All Inclusive andiamo in scena alla stessa ora gli occhi più neri ci sfogliano avidi siamo riviste per la curiosità
ma
ho visto il sole sbucare dalla nebbia del calore gabbiani seguire il primo raggio lungo costa delfini giocare dentro gli occhi di mia figlia
allora ho preso il cielo l’ho chiuso nella mano e quando non ho sonno
sorrido
e torno vento
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Il cielo aveva un suono appiccicoso e la muraglia di algidi diamanti non era sufficiente a trattenere il vento che scorreva sui miei baffi
l’abbraccio forte nelle mani strette per far calare rapido il sipario girai le spalle al tuo sorriso stanco e mi rincamminai lungo il binario
il mondo alle caviglie e nelle scarpe il cielo |
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No
non siamo noi a morire
ma voi a svegliarvi.
Vi dileguate da noi
col vostro passo veloce
fatto di sensi e motivi
di cognizioni e richiami.
Vi allontanate da noi
come cammina nella nebbia
un uomo pensando al sole
prima di entrare
nel solito bar
a domandare
ad una tazzina smorta
una spinta ancora
un dovere ancora
un cadere ancora
nel buio della luce del giorno
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Il soffio
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L’hanno data in arrivo più di sempre pimpante spintonar Primavera come ad un gioco in Tv.
L’hanno vista a Bagdad travestita autobomba dispensare calorie a fil di militi ignoti.
L’hanno scorta in Somalia lanciarazzi abbagliante donar lampi sbiancanti alle bocche sdentate.
Pare che a Tel Aviv abbronzasse bambini non è giorno di scuola oggi brucia il mercato.
Mia moglie si lamenta chiudendo nervosa l’ombrellone da spiaggia: ha cosparso invano la sua pelle di crema.
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Non è solo la luce a confondere il sonno
C’è un senso che non ti appartiene Un vuoto dell’anima Una triste consapevolezza
Affiora così come un legno dall’acqua a ricordare cosa è stato quel che sarà
Siamo stelle cadute con il fuoco alle spalle e la cenere avanti
La notte farà forse la brava o saprà rendersi aguzza. Certo sarà l’anima tua a farle da guida
La mia intanto è dispersa in una malinconica commedia dalla trama lenta e banale.
Eppure è vita e fredda l’aria si compiace della sua aspra bellezza.
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Giubbotti camicie calzini svenuti per terra
Il tempo si è fatto gentile e dorme, cent’anni lontano
dal batter del cuore dal volo dell’anima dal teso calore del corpo
Ti guardo regina allo specchio sensuale, avvolgente.
Sovrani di un mondo latente ci abbandoniamo perduti.
…del pensiero, più nulla.
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(le porte aperte)
Avevamo un vestito solo
Forse era per non perdersi di vista
Sotto, ognuno era solo
Non aprivamo mai tutte le porte.
Faceva freddo per le strade
Così era più caldo abbracciarsi.
O forse era più facile correre
inseguiti dai latrati fatti sirene
e dagli spruzzi di un idrante gigantesco.
E quando scappavamo, scappavamo
forse più da noi stessi che da quei mostri.
Ma se lo facevamo, era per tenere le porte aperte,
per non lasciare che dentro ciascuna di quelle case
forse pulite, forse scivolose di cera,
qualcuno si sentisse prigioniero
delle pallide pareti della sua cameretta
All’aria aperta per le strade luccicanti
Urlavamo aprite, aprite le porte!
Ma troppo spesso
dall’altra parte dell’uscio
soltanto silenzio.
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Se un dio c’è (i bambini di beslan)
se un dio c'è,
da non aver sentito senza aspettare risposta,
vorrei solo ascoltare giocare ancora con le foglie
dell’albero in cortile
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Prima che il tuo silenzio diventi terapia e il mio cercarti rabbia voglia inesplosa purificata da canti e salmi che altro non celano se non l'impossibilità d'essere vivi
Prima che la sabbia abbia ricoperto la tua fotografia e le mie mani abbiano smesso di tremare per ritornare a stringersi e a stringere pezzi di carne appesi alle braccia vuoti lamenti di circostanza sfuggiti alla nebbia della mattina
Vorrei fotografare un’alba e un tramonto due foglie appese all’albero prima di cadere un fiume che scorre placido e un torrente che si fa impetuoso un passero sul ramo un fiore che sboccia una strada deserta e quindi viva piena di ombre e di promesse di ricordi e di arrivederci
Come la faccia di un uomo alla fermata di un bus di una mattina grigiastra con una borsa in una mano e la sua vita nell'altra
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La mia mano
Ultimo avamposto del corpo
Prima finestra dell’ anima
Si muove
Incerta
Sorvola oceani
Paure
Dubbi
Si libera nell’aria
Rimane sospesa
Poi leggera
Come una foglia
Che sa dove poggiare
Ti sfiora
Disegna il tuo naso
Circonda i tuoi occhi
Si perde sulla fronte
Percorre dolce le guance rotonde
E scende giù
Come goccia sul vetro
Per morire sulle tue
labbra.
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