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(ovvero, NON la solita Rimini)
Sabato scorso, dopo una riunione che come una spiacevole nevralgia non voleva mai finire, Anna ed io siamo letteralmente fuggiti alle 17 con il camper.
Non avevamo una meta, alcuna idea della destinazione ma, solo e impellente, il desiderio di cambiare aria: con quale, ci era indifferente. Autostrada A14, Bologna-Bari-Taranto la chiamano nei bollettini di Isoradio e in effetti fin laggiu' arriva. Noi pero' ci siamo fermati prima, anche perche' l'indomani ce ne saremmo dovuti ritornare, aihnoi, alla base.
Rimini, ho pensato. Rimini e' l'unica localita' della costiera romagnola a possedere un centro storico, una bella piazza, grande e sempre gremita, chiusa ad un'estremita' nientemeno che da un suntuoso arco marmoreo di augustea memoria. Ha anche il mare, pero’, un mare che, nascosto sotto una coltre di corpi d'estate, nella stagione invernale si nobilita e riacquista il suo fascino primevo. Rimini allora, sia, e poco piu' d'un'ora dopo, sono solo 120 chilometri, eravamo sul lungomare.
Il grigio domina, assoluto. In mille sfumature satura ogni fondale, vincendo su ogni altra tinta; il cielo è grigio, uniforme e denso come velluto, grigio l'orizzonte, reso vago e indistinto dalla nebbia che ruba linee e demarcazioni. l'aria stessa sembra grigia e perfino la rena appare in perfetta nouance con il colore sovrano di tutto, cosi' che non vi è alcuna soluzione di continuita'. Il movimento soltanto, in contrasto con l'immobilita', distingue allo sguardo tra liquido e solido, tra mare e spiaggia.
Poche le auto, scarso il passeggio e sistemiamo camper (Zingaro, abbiamo deciso di battezzarlo) ai limiti di un parcheggio che, come una piccola penisola, s'incunea verso l'acqua, il piu' lontano possibile dalla sede stradale. Cappellino alla Nicholson (watch cup, lo chiamano in USA), rigorosamente nero, ma ne ho di blu navy, verde oliva e uno rosso Anas, omaggio di un funzionario della Protezione Civile, che a volte adopero nelle mie camminate lungo le strade in condizioni di scarsa visibilita'. Gilet imbottito e via, Anna combinata allo stesso modo, c’incamminiamo verso il bagnasciuga; le ultime luci del giorno cedono alla fitta foschia che ci isola dal resto del mondo, ingoiando cose e suoni, palazzi e ogni altro segno del mondo circostante. Percorriamo forse un paio di chilometri, incontrando rari passanti, quasi tutti con cane al seguito, poi la voglia di una tazza calda ci risospinge verso la nostra casetta ambulante. Risotto Knorr con riso carnaroli e discreti porcini, formaggio pecorino senese, buono e burroso, clementini freschi freschi e, al termine, una dose generosa di tisana con tiglio, salvia, camomilla e altro ancora, non so. Buona, aromatica e calda. Sullo stereo gira, appena udibile, un notturno di Chopin.
La mattina, come sempre, mi alzo alle prime luci, stentate, questa volta, per la nebbia che non accenna a stemperarsi. Approfitto del sonno di Anna, che sotto le coperte e' un cumulo ronfante, per uscire in strada, verso il vicino porto canale con la nuova digitale comperata durante le feste.
I pescherecci allineano sulla banchina segnata da grosse, bianche bittte marmoree; sono le ultime vestigia dell'antico porto romano, ritrovate anni fa nel corso della ristrutturazione e rimesse in uso. Portano segni profondi su cui tecnologiche funi in nylon e dacron sostituiscono i canapi dell'antico naviglio a vela che anche venti secoli fa, come e meglio di ora, alimentava i commerci di una popolazione industriosa.
E' domenica e gli scafi dondolano silenziosi e vuoti, irti d'attrezzature, festonati da reti, tubi in gomma e cime. Ogni tanto una macchina mi sfila accanto ma il suo rumore scompare in fretta, assorbito dalla nebbia che pare un effetto speciale da film noir e l'unico vero rumore e' il ruvido, sommesso strisciare sul cemento dei vecchi pneumatici usati dai pescherecci come parabordi.
Ci sono scafi bianchi di vernice, alti sull'acqua, orgogliosi dell'evidente solidita' dell'acciaio inox che brilla nonostante la foschia, altri, meno fortunati, mostrano i segni del tempo, saldature rifatte, strie di ruggine, strutture logorate dal lavoro quotidiano in un ambiente aspro e duro come pochi altri. Due gabbiani sfidano la brezza e l'umido dall'alto di una torretta irta di radar e antenne radio e inconsapevolmente finiscono in una foto. Poco oltre, il vecchio faro ottocentesco lampeggia il suo segnale, accompagnato dal lamentoso gemito del corno da nebbia che segnala l'imboccatura del porto. Brutto affare, comunque, essere in mare ora, se privi di un buon radar, perche' con questa nebbia poco puo', il faro, e il verso della sirena si spande nel grigio ed e' arduo capire da dove provenga.
Ovunque, sui ponti dei pescherecci, a terra sulla banchina, bancali di cassette, scatole di polistirolo, rotoli di funi, una fila di stivali gialli in attesa di un equipaggio, segni di un'attivita' solo sospesa e che domani riprendera', nebbia o non nebbia, con qualunque tempo o quasi, perche' noi a casa si possa preparare un fritto di calamari, una coda di rospo alla griglia o gli spaghetti con le vongole.
Un unico bar e' aperto, sul lato opposto della strada che lambisce il porto-canale, tra un'agenzia marittima e le vivaci foto a colori che pubblicizzano corsi per sub. L'interno e' caldo e profuma di bomboloni alla crema e di caffe' espresso. Anche di dopobarba, veramente, e il responsabile mi passa accanto mordendo un cornetto. In un angolo alcuni pescatori discutono di pregi e difetti di non so quale apparecchiatura elettronica; uno scuote il capo chiaramente in disaccordo, l''altro sostiene le ragioni della sua scelta, il terzo sfoglia pigramente le pagine rosa della Gazzetta sportiva e, a seconda dei casi, approva o critica. Volti conciati dal vento e dal salino, mani che sembrano scolpite nel legno completano a gesti la morbida parlata romagnola e resto un poco ad ascoltare, non visto, l'affascinante (per chi ne e' estraneo) ma duro mondo di chi va per mare ogni giorno.
Prima di uscire compero una brioche per Anna che, ne sono certo, mi sta gia' aspettando in camper. Dopo la sua colazione, altra camminata, questa volta molto piu' lunga, sulla spiaggia, a frugare con la punta delle scarpe tra cio' che il mare ha trascinato a riva, a guardare i cani correre dietro a un bastoncino, incrociando qualcuno che corre e perfino una coppia di solitari cavalieri in groppa a un paio di animali niente male. Anche loro finiscono nel piccolo hard disk della mia digitale.
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